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vitamina D a cosa serve

La vitamina D ci aiuta a prevenire le infezioni virali? L’ipotesi dell’Università di Torino

Circa metà degli italiani presenta una carenza di vitamina D (ipovitaminosi D) durante i mesi invernali. Ad esserne interessate, secondo quanto dimostrato da uno studio, sono soprattutto le donne che hanno superato i 60 anni: il 76% di loro, infatti, ne soffre in maniera marcata. Bisogna sottolineare come, nella maggior parte dei casi, una carenza di questo pro-ormone non comporti sintomi gravi; tuttavia, mantenere un livello adeguato di questa sostanza è importante per la salute delle ossa, dei nervi, dei muscoli e, in generale, del sistema immunitario

A questo proposito, nelle ultime settimane, due medici dell’Università di Torino hanno ipotizzato una possibile correlazione tra l’infezione da Covid-19 e una condizione di ipovitaminosi D, che interessa molti dei pazienti ricoverati e che – sempre secondo l’ipotesi dei medici – renderebbe alcuni soggetti particolarmente vulnerabili al nuovo virus. 

Al di là della veridicità dell’ipotesi – che resta tale e come tale va considerata – la vitamina D ha un ruolo importante per il nostro organismo: in questo articolo, parleremo delle sue funzioni, dei suoi benefici e della dieta indicata per una sua corretta assunzione. Infine, approfondiremo la riflessione di alcuni esperti riguardo al rapporto tra questo ormone e l’emergenza attuale.

Vitamina D: a cosa serve e quali sono i suoi benefici?

vitamina d anziani

Inizialmente chiamata “vitamina”, viene oggi definita più come “ormone” strategico, perché svolge innumerevoli funzioni su molti tessuti dell’organismo. In particolare, nella sua forma attiva – chiamata calcitriolo – stimola l’assorbimento di calcio e di fosforo, che aiutano a mantenere le ossa forti, evitando una ridotta mineralizzazione della massa ossea causata dall’avanzare dell’età, e a prevenire l’insorgenza di alcune patologie, come l’osteoporosi o il rachitismo. Il calcio, inoltre, oltre a essere uno dei componenti essenziali del nostro scheletro, assicura una corretta contrazione dei muscoli dell’organismo, tra cui il cuore. 

Alcune ricerche, inoltre, hanno evidenziato un suo ruolo importante nella regolazione del sistema immunitario: nello specifico, una “carenza di vitamina D può conferire un aumentato rischio di influenza e infezione alle vie respiratorie”. Infine, grazie alla sua azione immunostimolante, sembra essere in grado di “svolgere attività potenzialmente in grado di prevenire o rallentare lo sviluppo del cancro”, come riferisce l’AIRC.

Vitamina D: dove trovarla?

In natura, sono due le modalità attraverso cui si può fare approvvigionamento della vitamina D:

  • Esposizione solare: è la prima e più importante fonte; alcuni esperti consigliano almeno 15 minuti al giorno per almeno 3 volte alla settimana, in maglietta o in pantaloncini corti d’estate (senza aver applicato creme contenenti filtri di protezione dai raggi ultravioletti), per farsi una scorta di vitamina D sufficiente per tutto l’inverno.
  • Alimentazione: è la seconda fonte di vitamina D, ma è difficile quantificarne la reale assunzione perché la presenza negli alimenti più diffusi è minima (a meno che la vitamina D non venga addizionata, come accade in molti Paesi del Nord Europa). 

Una volta sintetizzata dalla cute, oppure assorbita a livello intestinale, la vitamina D passa nel sangue: qui, una proteina specifica, chiamata Vitamin D binding protein (DBP), la trasporta fino al fegato e al rene, dove viene attivata e inizia a svolgere le sue funzionalità.

Fonti alimentari: quali sono i cibi più ricchi di vitamina D?

Come abbiamo visto, la prima fonte è la luce del sole, al punto che, come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), alcuni studi stimano che circa il 90% del fabbisogno di vitamina D si ottenga per sintesi a livello cutaneo proprio grazie all’esposizione solare. Tuttavia, durante l’inverno i livelli si riducono sensibilmente – sia a causa di una minore irradiazione solare, sia per l’esaurimento delle riserve accumulate durante l’estate – e così nei mesi di febbraio e marzo si va incontro a un maggiore rischio di carenza. In questo periodo, nel momento in cui occorrerebbe fare nuove “scorte” di questa preziosa sostanza, molte persone hanno però difficoltà ad assumerla mediante l’esposizione solare, a causa dello stato attuale di quarantena che impedisce di uscire da casa, se non per comprovate necessità. A maggior ragione, quindi, soprattutto per coloro che nelle proprie abitazioni non hanno spazi (cortili, giardini o balconi) che consentano un’esposizione della cute al sole, un consumo regolare dei cibi più ricchi di vitamina D può essere d’aiuto.

Ma quali sono gli alimenti che ne sono più ricchi? Vediamoli insieme.

  • olio di fegato di merluzzo (circa 210 µg/100 grammi)
  • alcuni tipi di pesce, come salmone, aringa, sgombro, sardine (dai 25 ai 45 µg/100 grammi)
  • uova, in particolare il tuorlo (5 µg/100 grammi)
  • funghi (circa 3 µg/100 grammi)
  • crusca (circa3 µg/100 grammi)
  • burro e latte (0,75 µg/100 grammi)
  • fegato (0,5 µg/100 grammi)

VitaminaD-infografica

Come vediamo, l’olio di fegato di merluzzo rappresenta un vero e proprio integratore di vitamina D; allo stesso modo, un consumo di circa 100/150 grammi di pesci grassi, in particolare provenienti dai Mari del Nord, basterebbe a ricoprire il fabbisogno giornaliero. Per gli altri alimenti, invece, la quantità di vitamina D è decisamente inferiore, pertanto, per assumere la sostanza nelle quantità consigliate, bisognerebbe mangiarne in quantità molto elevate. Per questa ragione, molti cibi industriali, come cereali o prodotti derivanti da latticini, come formaggi o yogurt, vengono addizionati di vitamina D. 

A questo proposito, però, è bene ricordare che ogni dieta dovrebbe essere seguita sotto controllo medico: nonostante un sovradosaggio di questo ormone attraverso l’alimentazione sia remoto, non bisogna comunque esagerare, perché in dosi troppo elevate può diventare tossica.

Nel 2016, l’EFSA ha stabilito i valori di riferimento nella dieta (DRV) per l’assunzione di vitamina D. In particolare:

  • per gli individui sani oltre l’anno di età, l’apporto giornaliero adeguato è di 15 µg (nel gruppo sono incluse donne durante la fase di gravidanza o di allattamento); 
  • per i lattanti di età compresa tra 7 e 11 mesi, invece, i DRV sono stati fissati a 10 µg al giorno. 

La raccomandazione da parte degli esperti è, quindi, di non superare questo dosaggio e di rivolgersi al proprio medico.

Qual è il livello normale di vitamina D?

esami del sangue

Jovanmandic/istock.com

Non c’è un livello considerato “normale” univoco per tutti i Paesi. Infatti, le varie istituzioni medico-scientifiche, in Italia e all’estero, propongono diverse soglie per la condizione di carenza e insufficienza di vitamina D, o meglio di 25(OH)D, ossia la forma che si misura attraverso gli esami del sangue. Ad esempio, in Italia viene considerato adeguato un livello compreso tra i 20 e i 40 ng/mL, mentre al di sotto si registra un deficit: in quel caso, è opportuno prevedere delle strategie di intervento per contrastarlo. 

Tuttavia, negli ultimi anni, a causa delle controversie relative ai “valori-soglia” che definiscono un reale deficit, un gruppo di esperti dell’AME (Associazione Medici Endocrinologi) ha pubblicato alcune linee guida per cercare di fare maggiore chiarezza. Se in soggetti normali può essere appropriato un livello di 20 ng/mL, nelle categorie a rischio – come pazienti anziani, o con patologie ossee, disturbi al fegato, malattie renali, obesità, o ancora durante la gravidanza e l’allattamento – si consiglia di mantenersi sopra ai 30 ng/mL

Ancora, un recente documento, pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology nel 2018, ha mostrato i frutti di un importante summit internazionale che si è tenuto a Pisa nel 2017. Si è stabilito che valori inferiori a 12 ng/ml possono comportare una condizione sfavorevole per la salute ossea, un ridotto assorbimento del calcio, una scarsa mineralizzazione ossea, aumentando di fatto il rischio di rachitismo e di osteomalacia; la quantità di assunzione giornaliera considerata sufficiente per la salute delle ossa, sarebbe invece di 20 ng/mL.

Vitamina D: attenzione al sovradosaggio

Tuttavia, l’effettiva efficacia della vitamina D per il trattamento di alcune patologie è ancora da verificare. In altre parole, se da una parte gli studi portati avanti in questi anni hanno riscontrato una correlazione tra una carenza di vitamina D e un maggiore rischio d’insorgenza di diverse patologie, dall’altra parte non è stata dimostrata in maniera certa che una supplementazione li riduca. A questo proposito, l’Agenzia del Farmaco, nel 2019, avrebbe ristretto le categorie di persone a cui può essere rimborsato l’acquisto di farmaci a base di calcitriolo, ossia la forma attiva della vitamina D, che fino a poco tempo fa venivano prescritti, in forma preventiva, ad alcuni soggetti affetti da malattie cardiovascolari, ictus o, addirittura, tumori.

In un’intervista alla Stampa del 2018, Vincenzo Toscano, Presidente AME, a proposito della mancanza di studi clinici comprovati, ha detto: “riteniamo che sia giusto riportare questo dato, in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.

Coronavirus e carenza di vitamina D: c’è una relazione?

coronavirus tampone test

 

A proposito dell’importanza della vitamina D, come abbiamo riportato all’inizio, è stata avanzata un’interessante ipotesi circa un suo possibile legame con l’epidemia di nuovo Coronavirus. Non si tratta di un nuovo studio clinico, ma di un documento, pubblicato il 25 marzo, che raccoglie alcune evidenze scientifiche, già note all’interno della società medica, circa i benefici della vitamina D per l’organismo umano – in particolare, nei confronti del sistema immunitario – e i primi dati resi pubblici ai pazienti ricoverati per COVID-19.

L’ipotesi avanzata dagli autori del documento – Giancarlo Isaia, Docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, ed Enzo Medico, Professore Ordinario di Istologia all’Università̀ di Torino – è che un deficit di questa sostanza esponga maggiormente al rischio di contrarre il virus: si è notato infatti che molti dei soggetti colpiti da COVID-19 fossero affetti da ipovitaminosi D. 

Un dato che di per sé non dimostra nulla, ma che si aggiunge alle “numerose evidenze scientifiche e considerazioni epidemiologiche” che suggeriscono –  si legge nel documento – come “il raggiungimento di adeguati livelli plasmatici di Vitamina D sia necessario anzitutto per prevenire le numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, ma anche per determinare una maggiore resistenza all’infezione COVID-19 che, sebbene con minore evidenza scientifica, può essere considerata verosimile”. 

Partendo da questo dato, i medici osservano come la compensazione della vitamina D – attraverso l’esposizione solare, l’alimentazione e l’assunzione di specifici preparati farmaceutici (sotto controllo medico) – in soggetti risultati positivi al virus e in alcune categorie a rischio, come ad esempio persone anziane, potrebbe dunque contribuire a contrastare la malattia. 

Un’ipotesi – è bene ribadirlo – che vede nell’integrazione di vitamina D non la cura alla malattia Covid 10, bensì uno strumento utile a migliorare l’aspettativa di vita.

Considerazioni epidemiologiche della revisione

In particolare, le considerazioni epidemiologiche a cui sono giunti, partendo dai numerosi studi al riguardo, sono le seguenti:

  • La pandemia si sarebbe distribuita – a livello geografico – soprattutto nei Paesi situati
    al di sopra del Tropico del Cancro, diffondendosi in maniera relativamente minore in quelli subtropicali. 
  • L’Italia è uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia, e contemporaneamente è anche uno dei Paesi (insieme alla Spagna, altrettanto colpito, e alla Grecia) con una maggiore prevalenza di ipovitaminosi D. Come sottolineano, nel Nord Europa, nonostante la minor irradiazione solare, si riscontra un minor deficit di vitamina D perché questa viene addizionata ai cibi, come latte, formaggio, yogurt.  
  • Come abbiamo riportato all’inizio, in Italia è stato dimostrato che circa il 76% delle donne tra i 60 e gli 80 anni d’età presentano una carenza di questa sostanza.
  • È stato riscontrato un focolaio, in Piemonte, all’interno di un convento di suore di clausura, soggetti sottoposti a un rischio più elevato di Ipovitaminosi D, suggerendo un possibile ruolo protettivo della vitamina D sulle infezioni virali.

Conclusioni: benefici sì, ma rispettando le norme di sicurezza

coronavirus cura

Quello proposto dai due medici nel documento, lo ripetiamo, non è uno studio clinico, pertanto non vi è nessuna prova del fatto che una supplementazione di vitamina D possa essere un rimedio di contrasto efficace al COVID-19. È importante evidenziare infatti, ancora una volta, che non esiste ancora né una cura all’infezione da Covid 19, né un vaccino, nonostante in tutto il mondo si stiano sperimentando diversi trattamenti. 

In conclusione, quindi, gli autori suggerirebbero ai medici di “assicurare adeguati livelli di Vitamina D nella popolazione, ma soprattutto nei soggetti già contagiati, nei loro congiunti, nel personale sanitario, negli anziani fragili, negli ospiti delle residenze assistenziali, nelle persone in regime di clausura e in tutti coloro che per vari motivi non si espongono adeguatamente alla luce solare”. Ovviamente, il tutto in associazione alle ben note misure di prevenzione di ordine generale.

Le indicazioni per prevenire il contagio rimangono quindi quelle emesse dall’Oms e dal Ministero della Salute, ossia:

Allo stesso tempo, in questo momento, in cui per molti non è possibile esporsi quotidianamente alla luce solare (e quindi assicurare un corretto fabbisogno di vitamina D), il consiglio è di assumere questa sostanza attraverso un’alimentazione equilibrata, per aiutare il proprio corpo a mantenersi in salute.

Considerato il periodo difficile che stiamo vivendo, il nostro blog ha deciso di dedicare una rubrica al nuovo Coronavirus e alla situazione di emergenza attuale. Ecco gli articoli più recenti: 

 

Fonti:

unitonews.it
efsa.europa.eu
epicentro.iss.it

Alessia Rossi
Emiliana Doc, si occupa di scrittura in ambito comunicativo ed editoriale. Per il blog InSalute scrive articoli sul tema della prevenzione e il controllo della salute.

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