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Terapie contro il coronavirus: facciamo il punto

Come abbiamo ricordato in uno dei primi approfondimenti sul coronavirus, finora nei pazienti che l’hanno contratto sono stati impiegati dei farmaci antivirali che avevano già trovato impiego, con risultati positivi, in altre patologie virali. Dopo aver fatto chiarezza sullimmunità di gregge, insieme al dottor Fausto Francia, epidemiologo, Direttore sanitario del Centro Diagnostico Chirurgico Dyadea e Membro del Comitato Scientifico di UniSalute, ci occupiamo oggi delle terapie contro il Coronavirus e del trattamento dei pazienti sintomatici.

Come vengono trattati i pazienti positivi al Coronavirus? 

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L’approccio alla malattia nella prima fase dell’epidemia

Il dottor Francia spiega che l’approccio al Coronavirus è cambiato nel corso delle settimane. In un primo momento, sui pazienti si interveniva in modo diverso a seconda che avessero sintomi lievi o più gravi. I primi erano trattati a domicilio, come accade per un’influenza, con farmaci che intervenivano sulla tosse, sulla febbre, sul mal di testa. Si aspettava, quindi, che la malattia facesse il proprio decorso. “I pazienti che accusavano un impegno respiratorio importante, invece, erano ricoverati: persone con la saturazione molto bassa o con dispnea, che facevano fatica a respirare anche a riposo. Nella maggior parte dei casi veniva riscontrata una polmonite virale interstiziale e spesso bisognava spostarli in rianimazione e intubarli, perché non riuscivano più a respirare autonomamente”. 

L’approccio attuale alla malattia

“Oggi la strategia è cambiata”, continua ancora il dottor Francia, “perché ci si è resi conto che tenere a casa le persone sintomatiche, in attesa che guariscano o meno, porta a molti ricoveri”. Dopo 7-10 giorni di isolamento a casa, infatti, spiega l’intervistato, alcune situazioni evolvono in un quadro complesso. Ora quindi alla comparsa della febbre viene subito somministrato un farmaco, la clorochina [di cui parleremo più avanti, ndr.] a domicilio. “In questo modo, si è visto che il numero di ricoveri per polmonite o in rianimazione diminuisce. Aggredendo subito la situazione febbrile, anche con sintomi tutto sommato modesti, le complicazioni spesso non compaiono. Cominciando la terapia a casa si riduce quindi il rischio di saturare i reparti di rianimazione con un gran numero di ricoveri”. 

Soggetti esposti e fattori di rischio: cosa sappiamo?

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Il Coronavirus, come abbiamo visto in un’altra intervista al dottor Francia, pur avendo una sintomatologia simile a quella influenzale, colpisce in maniera diversa: i bambini, infatti, non contraggono spesso questa infezione. La fascia di popolazione più colpita, invece, è quella oltre i 50 anni, con differenze tra uomini e donne. “Prima di questa fasce anagrafiche – spiega l’epidemiologo, – il virus colpisce allo stesso modo uomini e donne. Dopo i 50, invece, i casi aumentano negli uomini, ma per ora ci sono solo delle ipotesi sul perché”. 

È stata tirata in ballo la vitamina D, per esempio, che sostiene il sistema immunitario e che spesso le donne in menopausa assumono per contrastare l’osteoporosi. Uno studio ha infatti ipotizzato che possa avere un ruolo protettivo nei confronti del Coronavirus. “Mi convince di più l’esposizione a fattori di rischio ulteriore – commenta Francia. – Gli uomini con più di 50-55 anni, rappresentano una generazione in cui il tabagismo era molto diffuso; spesso, poi, sono persone che, anche per motivi lavorativi, sono state esposte a sostanze inquinanti. Tali considerazioni non valgono invece per le donne della stessa età. Al di sotto dei 50 anni, probabilmente, queste differenze non sono marcate, le esposizioni al fumo e agli inquinanti sono uguali tra uomini e donne. Per quanto riguarda l’età dei decessi, invece, continua a essere elevata, i decessi sotti i 50 anni sono pochi e sotto i 30 anni ancora meno”. 

Quali farmaci sono stati utilizzati finora per il Coronavirus? 

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Francia precisa che ad oggi non esistono indicazioni sulle terapie per il Coronavirus da parte del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. “Ogni azienda ospedaliera che ha un primario infettivologo agisce secondo le sue indicazioni – spiega – dettate dalle convinzioni scientifiche e dalle valutazioni di quanto fanno colleghi nazionali e internazionali, una cosa del tutto normale in medicina”. La situazione è molto variegata, quasi ogni giorno viene pubblicato un articolo che parla di nuove sperimentazioni. “Il farmaco su cui si stanno orientando tutti è la clorochina, un anti malarico usato anche contro l’artrite reumatoide. La clorochina aumenta il pH delle cellule, portandole verso un livello basico. Alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che il virus ha bisogno di un pH leggermente acido per penetrare nelle cellule: in questo modo, quindi, si favorirebbe l’eliminazione del virus, che resta nella circolazione sanguigna, ma non entra nelle cellule”. 

Sono poi in fase di studio clinico, in Italia, altri 12 farmaci (alcuni sono riportati nella tabella sottostante) che vengono applicati già per il trattamento dell’AIDS, e che sono stati studiati con la comparsa della SARS, della MERS, o del virus Zika. Si tratta di antivirali, che hanno sostanzialmente due modalità di azione, come spiega l’intervistato: impediscono al virus di entrare nelle cellule, oppure, quando è già entrato, gli impediscono di moltiplicarsi. 

Riguardo alle interazioni tra farmaci, infine, di cui si è molto discusso, Francia rassicura, poiché le interazioni negative tra farmaci esistono e sono note. “Diciamo che è un falso problema: ci sono tanti farmaci che curano la stessa malattia, quindi nel caso un paziente sia già sotto trattamento medico si verifica che non ci siano rischi e si può optare per un farmaco diverso”.

Le dinamiche di guarigione in Italia

Rispetto ad altri paesi, che hanno avuto un’espansione del contagio tardiva rispetto all’Italia, nel nostro Paese si hanno tassi di guarigione più bassi e tassi di mortalità più elevati. Abbiamo chiesto quindi al dottor Francia di commentare questi dati, facendo chiarezza per prima cosa sui criteri utilizzati per definire un soggetto guarito

“Secondo le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico italiano, nel nostro paese, un paziente che ha contratto il Coronavirus è considerato guarito quando due tamponi, effettuati a distanza di 24H l’uno dall’altro, risultano entrambi negativi. Per quanto riguarda il tasso di guarigione, quindi, il problema che abbiamo è legato al processo: l’approvvigionamento di tamponi è limitato e i laboratori non sono in grado di processarne più di un certo numero. Ci sono, inoltre, molte persone in attesa di un tampone che stabilisca la positività al virus, viene spesso data la precedenza a questi casi. I pazienti che non hanno più sintomi effettuano il tampone anche alcuni giorni dopo, quindi il numero di guariti è influenzato da queste dinamiche”.

Perché il tasso di mortalità nel nostro Paese è così elevato?

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Per quanto riguarda il tasso di mortalità, invece, il dottor Francia precisa che il problema è legato al denominatore: “siamo in grado di trovare tutti i positivi? Se trovassimo anche gli asintomatici, il tasso di mortalità sarebbe molto ridotto, il dato sarebbe molto più attendibile”. 

Un altro punto, infine, sono le cause di morte. “Si tratta di una questione delicata, ma bisognerebbe comunicare con maggiore chiarezza quali sono i casi in cui il paziente era sano, prima di contrarre il virus, non aveva problemi di salute che potessero condurlo al decesso. Le morti per Coronavirus sono quelle; poi ci sono pazienti che hanno già delle condizioni di salute compromesse, in cui questa malattia aggrava definitivamente il quadro e conduce alla morte, come accade con l’influenza stagionale. 

Un esempio di come è possibile ottenere un dato oggettivo in questi casi, è il calcolo dei decessi legati alle ondate di calore. Si considera la media dei decessi degli ultimi 10 anni nel mese di agosto, si va a vedere se in quell’agosto ci sono state giornate particolarmente calde e si confrontano gli eccessi di mortalità rispetto agli anni anni con temperature normali: lo scarto, normalmente, costituisce il numero delle morti per ondate di calore”.

Sul nostro blog trovate una rubrica dedicata al nuovo Coronavirus e alla situazione di emergenza attuale, con articoli di approfondimento. Eccone alcuni:

Erica Di Cillo
Erica Di Cillo vive e lavora a Bologna e da alcuni anni collabora con diverse testate online. Per il blog InSalute scrive articoli finalizzati a divulgare le buone pratiche di prevenzione e controllo della salute.

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