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tumore al collo dell'utero

Tumore al collo dell’utero: è possibile prevenirlo? Intervista al Prof. De Iaco

Il tumore al collo dell’utero è una patologia che colpisce la parte inferiore dell’utero, chiamata appunto “collo” o “cervice”. Questa malattia ha come principale causa il Papilloma Virus Umano (HPV), la cui trasmissione avviene per via sessuale. Per quanto riguarda il nostro Paese, i dati di Aiom/Airtum stimavano, per il 2020, 2.400 nuove diagnosi di tumore del collo uterino in Italia.

Si tratta di una patologia che insorge e si sviluppa lentamente e che, grazie ai test di screening e alla possibilità di vaccinarsi, oggi può essere prevenuta e curata con successo. Abbiamo voluto approfondire questo argomento con un’intervista al Prof. Pierandrea De Iaco, Direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica del Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna, per conoscere i sintomi del tumore al collo dell’utero, capire quali sono le conseguenze di un’infezione da HPV (acronimo di Human Papilloma Virus) e come effettuare un’adeguata prevenzione.

Tumore al collo dell’utero: le cause e i fattori di rischio

Il tumore al collo dell’utero ha un’origine multifattoriale. “La prima causa, senza dubbio, è l’insorgenza di un’infezione da HPV – spiega il Prof. De Iaco – ma esiste anche una serie di fattori che aumentano il rischio di contrarre il virus tra cui la precoce attività sessuale, il numero elevato di partner, le gravidanze multiple, la giovane età al momento della prima gravidanza, le infezioni genitali e il fumo di sigaretta. Anche l’uso di contraccettivi orali estroprogestinici sembra avere una parziale effetto coadiuvante, sebbene non in modo così forte”.

Benché siano in grado di proteggere da altre tipologie di tumore femminile come il cancro all’endometrio e il cancro dell’ovaio, quindi, gli anticoncezionali non hanno la medesima capacità per il tumore della cervice uterina. Ricordiamo comunque l’importanza dell’uso del profilattico per prevenire il contagio da HPV, anche se, come spiega AIRC, il virus può essere trasmesso anche attraverso il contatto di parti della pelle che non sono coperte dal preservativo.

L’HPV viene considerato una condizione fondamentale ma non sufficiente per lo sviluppo della patologia. La presenza del virus, infatti, permette l’insorgenza della malattia, ma servono anche altri fattori di rischio perché essa si presenti: questi ultimi, se sommati nel tempo, insieme all’HPV possono portare al tumore.

Papilloma Virus e tumore al collo dell’utero: l’infezione da HPV porta sempre a questa patologia?

L’HPV, dunque, rappresenta la prima causa del tumore al collo dell’utero. È quindi lecito chiedersi quanto sia elevata la possibilità di contrarre questo virus e se la presenza dell’infezione porti, inevitabilmente, allo sviluppo della malattia.

hpv tumore collo utero

Anna Fomenko/gettyimages.it

L’80% della popolazione, in un momento della propria vita, ha contratto il Papilloma Virus e di solito questo avviene entro i 20 anni”, afferma l’intervistato. Questo, però, non deve spaventare perché “il virus ha due caratteristiche: quella di permanere sulla superficie del collo dell’utero e quella di essere eliminato dalle difese immunitarie, cosa che avviene in più dell’80% dei casi. Ciò significa che la maggioranza delle donne che lo contrae riesce a eliminarlo spontaneamente. Solo in una minima parte dei casi il virus persiste per anni e questo dà luogo al rischio (non alla certezza) che si sviluppi il tumore al collo dell’utero”, commenta De Iaco.

I sintomi del tumore al collo dell’utero

Come anticipato, questa malattia è caratterizzata da uno sviluppo e una crescita lenti. “La sua formazione è preceduta dalla comparsa di lesioni pretumorali che necessitano di tempi lunghi per trasformarsi nel tumore vero e proprio”, afferma l’intervistato. “Agli inizi il tumore è assolutamente asintomatico. Quando aumenta di dimensioni, invece, tende a causare delle perdite genitali atipiche (dunque al di fuori delle mestruazioni) di tipo ematico e sieroso. La patologia, infatti, determina la presenza di tessuto facilmente sanguinante sulla esocervice (la parte esterna del collo dell’utero); queste secrezioni, tuttavia, possono essere scambiate per delle perdite premestruali”, chiarisce il medico.

“Un campanello d’allarme che è bene tenere in considerazione – specifica – sono le eventuali perdite di sangue dopo i rapporti sessuali. Se il collo dell’utero è ammalato, infatti, nel momento in cui viene stimolato il tumore può manifestarsi in questo modo”.

Quando iniziano a presentarsi dei sintomi più importanti, siamo di fronte a uno stadio più avanzato della malattia. Il dolore sta, ad esempio, a indicare che “la patologia si è espansa e che è uscita dal collo dell’utero, andando a coinvolgere i nervi adiacenti”, specifica il Prof. De Iaco. “Spesso si tratta di dolori al basso ventre o di dolori diffusi alla vagina. Altre volte, purtroppo, la dolenzìa interessa anche la gamba e questo sta a indicare che il tumore sta comprimendo vene e nervi. In casi ancora più avanzati, la paziente può avvertire dolore a livello lombare, dovuta al fatto che il deflusso di urina è ostacolato e che il rene ne sta soffrendo”, conclude.

Sintomi turmore endometrio

Chinnapong/gettyimages.it

Qual è la fascia di età più a rischio?

Per capire se c’è (e qual è) una fascia d’età più a rischio di manifestare questa patologia, dobbiamo comprendere in che modo si sviluppa il tumore. Come anticipato, infatti, la malattia nasce a partire da lesioni pretumorali, che vengono definite con l’acronimo CIN (neoplasia cervicale in situ). Il Prof. De Iaco spiega che queste displasie “tendono a comparire in età precoce e il picco in cui si manifestano è tra i 30 e i 35 anni. Essendo a lenta insorgenza ed evoluzione, invece, il tumore vero e proprio ha un picco di incidenza in età più avanzata, tra i 50 ei 60 anni, sebbene possa colpire anche in altre fasce d’età”.

Le lesioni pretumorali, in certi casi, possono anche regredire da sole. “Il CIN1 (lesione di grado lieve) tende a regredire spontaneamente nella maggior parte dei casi – precisa il medico – mentre il CIN 2 (lesione di livello moderato) e il CIN3 (lesione di livello grave) possono farlo ma in misura minore”.

Test di screening per la diagnosi: che cos’è il Pap test e a cosa serve

A differenza di altre tipologie di cancro, il tumore al collo dell’utero può essere prevenuto, e il Pap test rappresenta uno dei test di screening più conosciuti per effettuare una diagnosi precoce.

“Il Pap test è un sistema di screening semplice, non doloroso, poco costoso, ripetibile e affidabile. Permette di intercettare sia le pazienti con tumore al collo dell’utero sia quelle con una lesione pretumorale”, afferma il Prof. De Iaco.

“Usandolo su un’ampia fetta della popolazione, questo esame ha determinato un crollo dell’incidenza del tumore al collo dell’utero – precisa – tanto che oggi si tratta del nono tumore tra le donne italiane. Questa malattia, invece, rappresenta ancora la seconda neoplasia per incidenza nel mondo nel sesso femminile: il Pap test, infatti è molto diffuso in Occidente, ma è pressoché assente nei Paesi in via di sviluppo”.

La differenza tra Pap test e HPV test

Un altro importante test di screening per il tumore al collo dell’utero è l’HPV test, detto anche DNA HPV test, esame che consente di “intercettare le pazienti a rischio di formazione di cellule pretumorali, in quanto permette di verificare la presenza del Papilloma Virus. Consiste in un prelievo dal collo dell’utero che viene analizzato in laboratorio alla ricerca della presenza del virus stesso. Dato che l’infezione da HPV è una condizione necessaria per la comparsa del tumore, la negatività del test garantisce che la paziente non corre il rischio di sviluppare la malattia”, dichiara il medico.

È bene specificare che l’HPV test sta sostituendo il Pap test nello screening offerto dal sistema sanitario italiano per le donne dopo i 30 anni di età, transizione che sta avvenendo in quasi tutte le regioni italiane. Fino ai 30 anni, infatti, l’HPV test è sconsigliato perché le infezioni da Papilloma Virus sono più frequenti in giovane età: “questo porterebbe a intercettare troppi casi che non hanno un reale rischio di evolvere in malignità, perché regredirebbero spontaneamente”, precisa l’intervistato.

L’esame viene quindi proposto dopo i 30 anni in sostituzione del Pap test e può essere ripetuto ogni 5. Per le donne dai 25 ai 30 anni, invece, si continua a utilizzare il Pap test, che va eseguito a intervalli di 3 anni.

Se il test HPV dovesse risultare positivo, “i medici svolgerebbero un Pap test sul medesimo prelievo di cellule per verificare l’eventuale presenza di lesioni precancerose oppure del tumore al collo dell’utero”, chiarisce il Prof. De Iaco.

hpv test

jarun011/gettyimages.it

Cosa succede in caso di Pap test positivo

Se il Pap test fosse positivo, quali sarebbero i passaggi successivi? In tal caso la paziente verrebbe presa in carico dal sistema sanitario e “le verrebbe proposta una colposcopia, esame che permette di ottenere una visualizzazione ingrandita del collo dell’utero al fine di identificare l’eventuale presenza di aree sospette di tipo tumorale o pretumorale.

La colposcopia permette quindi di eseguire una biopsia mirata che consente di capire la reale natura della lesione individuata. In certi casi, può anche emergere che il Pap test alterato possa essere falsato dalla presenza di altri fattori infiammatori e, dunque, non essere dovuto a lesioni precancerose o tumorali”, spiega De Iaco.

Come si cura il tumore al collo dell’utero

Grazie all’uso degli screening in Italia oggi la maggior parte dei casi viene intercettata quando è ancora a livello pretumorale, fase in cui è pienamente curabile. “In presenza di lesioni pretumorali – dichiara il medico – si interviene con la cosiddetta ‘conizzazione’, ossia l’asportazione di un cono di tessuto dal collo dell’utero, procedura che ha l’obiettivo di togliere in modo completo la zona pretumorale conservando così l’apparato genitale e permettendo di ricercare successivamente una gravidanza”.

Diverso, invece, è quando ci si trova di fronte a un tumore maligno. “Quando il tumore è nelle fasi iniziali, dunque è limitato al collo dell’utero, la procedura più frequente è l’intervento chirurgico con asportazione dell’utero. Raramente, dopo aver valutato se ci sono le condizioni che possono indicare un pericolo di ritorno di malattia, viene proposta anche la radioterapia dopo l’intervento“, afferma l’intervistato.

“Tuttavia, la rimozione dell’utero non è sempre necessaria. In casi più favorevoli e nelle giovani donne che desiderano avere un figlio, esiste anche in caso di tumore maligno la possibilità di una chirurgia più conservativa, che prevede solo l’asportazione del collo dell’utero e di alcuni linfonodi. È bene specificare che si tratta di condizioni particolari, però, da valutare e selezionare con attenzione nei centri di riferimento: non tutti i medici, quindi, possono proporre scelte particolari come questa”, sottolinea.

L’importanza del vaccino nella prevenzione del tumore al collo dell’utero

Un’arma importantissima contro il tumore al collo dell’utero è il vaccino per prevenire il Papilloma Virus.

vaccino hpv

Pornpak Khunatorn/gettyimages.it

“La campagna vaccinale contro l’HPV è cominciata già da diversi anni e il vaccino, in Italia, viene fornito gratuitamente ai ragazzi nel dodicesimo anno di età, sia femmine che maschi, quindi prima di un possibile contagio. In questo momento l’efficacia del vaccino è massima. Inoltre – precisa il Prof. De Iaco – il vaccino può essere usato anche su donne che hanno già presentato una lesione pretumorale, caso in cui la chirurgia può essere abbinata alla vaccinazione. Quest’ultima, infatti, aumenta le difese immunitarie della persona e riduce notevolmente il rischio di recidive”.

Il medico specifica che il vaccino non è obbligatorio, ma fortemente raccomandato, perché “più la campagna vaccinale si estende, maggiore sarà il crollo del tumore del collo dell’utero nella popolazione. Questo significa che le generazioni future potrebbero non dover più pagare lo scotto di una malattia che oggi, sebbene più raramente, è ancora presente nei nostri ospedali. Ricordiamo inoltre che – sottolinea – il vaccino non previene solo il cancro alla cervice uterina, ma serve anche per proteggersi da altri tipi di tumore correlati al Papilloma Virus come i tumori della vagina, della vulva e del pene, nonché dalle lesioni infiammatorie benigne che possono essere determinate da questa infezione”.

L’importanza della prevenzione, tuttavia, è un aspetto su cui bisogna ancora lavorare. “La popolazione italiana, a mio avviso, si rende conto dell’importanza di proteggersi dal tumore al collo dell’utero – afferma De Iaco – ma indubbiamente c’è ancora molto da fare in tal senso. Basti pensare, ad esempio, che non tutte le donne rispondono alla chiamata per effettuare gli screening. Per pudore o per mancanza di consapevolezza in merito, quindi, c’è ancora chi non si rende conto dell’importanza di questo semplice gesto per la propria salute. A tutto ciò si aggiunge il fatto che le persone non sono ancora abbastanza consce dell’utilità del vaccino anti-HPV”.

Per una corretta prevenzione oncologica, inoltre, non bisogna dimenticare l’importanza di mantenere degli stili di vita corretti che comprendono una sana alimentazione, smettere di fumare e fare un’adeguata attività fisica.

 

Conoscevate i modi per prevenire il tumore al collo dell’utero e la possibilità di effettuare il vaccino?

Mara D'Angeli
Riminese, lavora nel campo della comunicazione e della scrittura. Per il blog InSalute, si occupa di approfondimenti legati a benessere, prevenzione e salute dei bambini.

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