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coronavirus quanto resiste sulle superfici

Coronavirus: quanto resiste sulle superfici? I risultati di uno studio recente

Da quando è cominciata l’epidemia di COVID-19, dichiarata poi pandemia l’11 marzo dall’OMS, una delle domande che più ci si è posti è stata: per quanto tempo il virus SARS-CoV-2 sopravvive sulle superfici? Sulla sua pericolosità, infatti, si sono espressi diversi epidemiologi, a seguito dei primi studi scientifici effettuati, spiegando perché fosse importante cercare di rompere la catena del contagio e rispettare le norme restrittive istituite dai governi. 

Ma sulla persistenza e la carica effettiva del coronavirus all’esterno di un organismo vivente non è stato possibile trovare una risposta certa, almeno fino ad ora. 

Il 17 marzo, infatti, è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine uno studio – realizzato dal National Institute of Health e dai CDC (Centers for Disease Control and Prevention) dell’Università della California di Los Angeles e della Princeton University – secondo il quale il nuovo coronavirus sarebbe in grado di sopravvivere fino a tre giorni su alcune superfici.

In quest’articolo ne approfondiamo i risultati, avvalendoci del supporto del dottor Fausto Francia, epidemiologo, direttore sanitario del Centro Diagnostico Chirurgico Dyadea e membro del Comitato Scientifico di UniSalute. 

Resistenza dei virus sulle superfici: cosa dobbiamo sapere?

coronavirus tampone test

Prima di commentare lo studio in questione, il dott. Francia ci spiega che ogni virus si comporta in maniera differente: “alcuni vivono benissimo nell’acqua, ma non resistono all’essiccamento, altri invece muoiono ai cambi di temperatura, altri ancora sopportano bene il caldo o il freddo”. 

Il medico inoltre, fa presente che, oltre alle temperature, “anche il tipo di superficie su cui si trovano influenza la durata della loro vita”. Per calcolare quanto tempo il virus resista effettivamente a contatto con l’esterno, una volta depositato, sono possibili diverse modalità di valutazione, dalla ricerca del genoma tramite PCR alla visione diretta con microscopio elettronico, o ancora la coltura in laboratorio. “Rammento che non è importante determinare la sola presenza del virus, ma soprattutto fino a quando il suo naturale decadimento mantenga una carica infettante così numerosa da essere in grado di provocare un contagio”, spiega il dott. Francia.

Riguardo a come si trasmette il nuovo coronavirus da persona a persona, è stato dimostrato – come abbiamo spiegato nei precedenti articoli sul Coronavirus – che il contagio può avvenire sia tramite modalità diretta, quindi per via aerea attraverso tosse o starnuti, che in modalità indiretta, ovvero toccando prima un oggetto o una superficie contaminati dal virus e poi portandosi le mani (non pulite) sulla bocca, sul naso o sugli occhi. Anche se il contagio indiretto è più limitato, è importante capire quanto ogni virus sopravvive a contatto con l’aria per prendere le migliori precauzioni per la propria salute.

Come è stato condotto lo studio? 

I lavori condotti in precedenza si erano concentrati sulla ricerca del patrimonio genetico del virus sulle superfici, ad esempio nelle stanze di degenza di pazienti con COVID-19; questo tipo di ricerca, tuttavia, non dava risposte certe sulla reale carica infettante del virus nelle condizioni esaminate.

Al contrario, come spiega il dott. Francia, “nel corso dello studio che stiamo prendendo in esame, non sono state ricercate le tracce genetiche del virus, ma si è coltivato il virus verificando il decadimento delle forme virali integre, le uniche in grado di infettare una volta entrate in contatto con il nostro organismo”.

I ricercatori, partendo dal virus isolato in laboratorio, hanno quindi “simulato” le modalità con cui il coronavirus SARS-CoV-2 viene espulso da una persona attraverso tosse e starnuti, o perfino da mani non pulite, e si deposita sulle diverse superfici degli oggetti inanimati che ci circondano. In particolare, ne hanno analizzato la sua presenza su quattro materiali (rame, cartone, acciaio inossidabile e plastica), e hanno verificato come la capacità infettante del virus cambiasse di ora in ora. 

L’esperimento, infine, è stato condotto a circa 21-23°C, con umidità relativa del 40%, una temperatura simile a quella che si trova all’interno delle nostre abitazioni.

Sopravvivenza del virus sulle superfici: i risultati della ricerca

Ma quali sono i risultati? Stando agli esperimenti, i materiali più a “rischio” sono l’acciaio inossidabile e la plastica, su cui il virus pare resistere fino a 3 giorni. È importante sottolineare, però, che, sul primo, la carica infettante viene dimezzata dopo circa 6 ore e che occorrono almeno 48 per azzerarla completamente; sul secondo, invece, 7 ore per dimezzarla e 72 affinché il virus non sia più infettivo

Quindi, il rischio di contagio diminuisce col passare del tempo, ma si “annulla” soltanto dopo qualche giorno. Decisamente meno ospitali, invece, gli altri due materiali presi in esame: sul rame, infatti, la capacità infettiva si dimezza in meno di 2 ore, mentre sul cartone in meno di 5. Per un azzeramento completo, invece, rispettivamente 4 ore per il primo e 24 per il secondo. 

Sopravvivenza all’ambiente esterno dei virus: quali sono le differenze?

È importante specificare che i dati dello studio in questione sono comunque preliminari, e che andranno supportati da ulteriori studi scientifici. Tuttavia, ci sono utili per cercare di comprendere come si comporta il SARS-CoV-2 rispetto ad altri virus più noti. A questo proposito, il dott. Francia ci mostra il comportamento del nuovo coronavirus, portando alcuni esempi: “il virus dell’epatite A resta nell’ambiente per mesi: è un esempio di virus molto resistente. Quello della poliomielite, soprattutto in inverno, può rimanere nell’ambiente anche per 3 settimane. Il coronavirus dimezza la sua carica infettante in poche ore e di norma nel giro di 48/72 ore scompare completamente, quindi possiamo dire che la sua resistenza all’esterno è contenuta”.

Coronavirus e inquinamento: esiste una correlazione?

coronavirus inquinamento

Sulla trasmissibilità del virus attraverso vie aeree, lo studio sembra confermare quanto detto, ossia che il virus è rintracciabile nelle goccioline (droplets) sospese nell’aria, emesse da un colpo di tosse, uno starnuto, ma anche solo dalla respirazione – fino a tre ore dalla sua emissione. In questi giorni, è stata molto discussa l’ipotesi che l’inquinamento atmosferico presente in gran parte delle principali città italiane abbia contribuito a una maggiore diffusione del virus, agendo da carrier, ossia “vettore di trasporto”

A sostenere questa tesi, sarebbe soprattutto un position paper pubblicato dalla Società italiana di Medicina Ambientale (Sima), in collaborazione con le Università di Bari e Bologna. I ricercatori sono partiti dall’esame dei dati delle centraline regionali di rilevamento, pubblicati sui siti delle Agenzie regionali per la protezione ambientale (Arpa). In particolare, si sono concentrati sulla registrazione del numero di episodi di superamento dei limiti atmosferici consentiti dalla legge (50microg/m3 come concentrazione media giornaliera di polveri sottili), incrociando i risultati con i numeri ufficiali dei casi di contagio da SARS-CoV-2 in Italia. 

Dai risultati, è emersa una relazione diretta tra le concentrazioni di PM10 (il particolato atmosferico, con cui s’intendono le polveri sottili) nel periodo compreso tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti aggiornato al 3 marzo: i ricercatori specificano che si è considerato un ritardo temporale intermedio relativo di 14 giorni, che è il tempo di incubazione del virus fino a infezione contratta. Secondo l’analisi, infatti, è interessante notare come la concentrazione dei maggiori focolai di COVID-19 si sia registrata proprio in Pianura Padana, una delle zone d’Italia più colpite dall’inquinamento atmosferico, e come l’epidemia si sia diffusa in misura minore in altre regioni. Quindi, sembra che le concentrazioni superiori al limite previsto dalla legge di polveri sottili in alcune regioni del Nord Italia, relativo a quel periodo, possano aver “esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo”, come spiega il position paper.

È bene specificare che la ricerca è stata contestata da vari scienziati per la metodologia usata per cui va sicuramente confermata da ulteriori studi. A questo proposito, il dott. Francia commenta: “non so dire se le polveri sottili agiscano da carrier, ma ritengo che abbiano comunque un ruolo importante, perché irritano l’apparato respiratorio. Quando il livello di polveri sottili nell’aria è alto, infatti, registriamo un aumento delle malattie respiratorie: gli accessi al pronto soccorso per problematiche cardio-respiratorie, in questi casi, aumentano, lo abbiamo visto in numerosi studi. Nel sangue di cardiopatici e broncopneumopatici, ad esempio, il livello di saturazione del sangue calava”. Ma aggiunge, “si tratta di un virus che colpisce le vie aeree e si diffonde fino agli alveoli, dando luogo alla polmonite e causando forti difficoltà respiratorie, che a volte rendono necessario l’uso del respiratore. Anche nel caso del Coronavirus, quindi, l’inquinamento potrebbe essere una concausa, un’aggravante, perché le polveri sottili riducono l’efficacia dell’albero respiratorio e l’ossigenazione del sangue”.  

Disinfettare le superfici è sufficiente?

Come specifica il dott. Francia, il virus è molto sensibile ai disinfettanti. “All’interno delle abitazioni è sufficiente utilizzare un disinfettante o la candeggina”. Per quanto riguarda l’igiene personale, la prima indicazione fondamentale è quella di lavarsi correttamente le mani. “Secondo le linee guida ministeriali, le mani si possono lavare con un normale sapone per eliminare il virus, che è molto sensibile. In una situazione come quella che stiamo vivendo, in cui siamo in casa e usciamo poco, è sufficiente pulire l’abitazione come si fa di solito, con qualche accortezza in più. Hanno consigliato spesso di togliere le scarpe con cui si è usciti all’aperto: è una precauzione che può essere adottata, anche in funzione dell’ambiente in cui si è stati. Se si arriva da un ospedale, per esempio, può essere utile farlo”. Riguardo ai massicci interventi di sanificazione delle strade a cui si è assistito a questi giorni, in realtà gli esperti tranquillizzano i cittadini: è infatti alquanto improbabile poter contrarre l’infezione dal contatto con l’asfalto. Il dott. Francia spiega che questi interventi “hanno senso se effettuati per eliminare polveri che sono già presenti e hanno un turbinio continuo che favorisce l’infiammazione. Inondare le strade di disinfettante, invece, è un’azione senza fondamento scientifico”.

Ad ogni modo, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un’infografica con una serie di accorgimenti utili su come comportarsi all’interno di un ambiente chiuso.

indicazioni coronavirus

Infine, nonostante siano trascorse delle settimane, non dobbiamo dimenticare che si tratta di un virus ancora troppo nuovo e che rimangono tante le domande aperte. Le indicazioni valide per evitare la diffusione del contagio e per proteggere la propria salute e quella dei propri cari , restano quelle emesse dal Ministero della Salute, che potete trovare sul portale dedicato all’emergenza, sempre aggiornato.

 

Per approfondire ulteriormente l’argomento coronavirus, consigliamo la lettura di alcuni articoli pubblicati dal nostro blog:

 

 

Alessia Rossi
Emiliana Doc, si occupa di scrittura in ambito comunicativo ed editoriale. Per il blog InSalute scrive articoli sul tema della prevenzione e il controllo della salute.

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