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Vaccino contro il Coronavirus: quando arriverà? A che punto è la ricerca?

A livello internazionale si stanno compiendo notevoli sforzi per trovare, nel più breve tempo possibile, un vaccino efficace contro il Coronavirus. Gli studi in atto sono numerosi ed anche i progressi fatti dalla ricerca, ma a che punto siamo davvero e perché serve tanto tempo per lo sviluppo di un vaccino? Per fare maggiore chiarezza, abbiamo deciso di confrontarci con il dottor Fausto Francia, epidemiologo, Direttore sanitario del Centro Diagnostico Chirurgico Dyadea e Membro del Comitato Scientifico di UniSalute. Scopriremo quali tipologie di vaccino si stanno studiando per il Covid-19, quali sono le fasi che normalmente richiede la realizzazione di un vaccino e perché, in questo caso, sarà forse possibile accelerare i tempi.

Vaccino contro il Coronavirus: a che punto sono gli studi?

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Ogni giorno emergono nuovi aggiornamenti sulla ricerca del vaccino anti Covid-19. Abbiamo quindi chiesto al dottor Francia di spiegarci quanti sono gli studi in atto e come interpretare le notizie che sentiamo quotidianamente: “In tutto il mondo si stanno svolgendo circa un centinaio gli studi per trovare un vaccino contro il Coronavirus. In merito allo stato di avanzamento delle ricerche si legge di tutto e di più, ed escono di continuo notizie che vengono ridimensionate o smentite il giorno successivo: settimane fa, per esempio, lessi di alcuni studi che sembravano promettenti e in dirittura d’arrivo, ma di cui oggi non si sente più parlare.

Il motivo per cui si danno notizie in modo prematuro, talvolta, è di tipo strumentale, purtroppo, perché dichiarare di aver scoperto il vaccino contro il Coronavirus porta anche a ottenere dei guadagni in Borsa. Annunciare che la ricerca dell’università x, sponsorizzata dall’azienda y, è a un passo dal trovare il vaccino anti Covid-19, infatti, permette a quell’azienda di vedere un aumento delle quotazioni. Si tratta di un elemento di disturbo rilevante, che spesso ricorre, e che i cittadini devono conoscere per saper interpretare al meglio la realtà. Per quanto riguarda i progressi della ricerca, attualmente non è possibile esprimere un giudizio su quali siano gli studi più promettenti, perché se ce n’è uno in leggero vantaggio rispetto ad altri, questo può sempre incontrare degli ostacoli lungo il percorso”. 

Che tipologie di vaccino si stanno studiando? 

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Per giungere allo stesso obiettivo, i ricercatori stanno mettendo in campo diversi approcci. A questo proposito, il dottor Francia specifica che i vaccini che si stanno studiando sono essenzialmente di due tipologie: approfondiamole nel dettaglio.

L’approccio tradizionale

Il primo approccio – spiega il medico – è di tipo tradizionale e si basa sull’inserimento di una proteina virale su un supporto che la porta a contatto con il nostro sistema immunitario. In poche parole, questo meccanismo utilizza una struttura che è già stata studiata per altri vaccini e che serve a far circolare il vaccino all’interno dell’organismo umano. Per esempio, si prende il vaccino studiato per l’Ebola o per la Sars e se ne modificano alcuni aspetti per renderlo adatto al vaccino per il Covid-19: in sostanza, è come se avessimo a disposizione una ‘carta d’identità’, che rappresenta una base idonea per tutti i vaccini, a cui applichiamo la fotografia del virus che vogliamo colpire. 

Fabbricata la ‘carta d’identità’ – la base che permetterà al vaccino di circolare nell’organismo – inseriamo al suo interno la proteina specifica del virus in questione: nel caso del Covid-19, si sta lavorando con la proteina spike, quella che consente al virus di penetrare nelle cellule. La proteina viene trasportata nel corpo umano per mezzo della struttura che abbiamo creato, e non del virus che provocherebbe la malattia: il nostro organismo, però, non si accorge che c’è un supporto al posto del virus, e produce comunque anticorpi contro la proteina. In questo modo, quando incontrerà il Coronavirus, il sistema immunitario reagirà aggredendo la proteina spike, avendo già prodotto gli anticorpi contro di essa: ciò impedirà al virus di entrare nelle cellule e di moltiplicarsi”.

Secondo sistema: utilizzo del DNA o RNA del virus

Il secondo sistema, ci spiega l’intervistato, si basa sull’utilizzo di materiali genetici del virus (RNA o DNA): questi vengono prodotti in laboratorio e, successivamente, vengono introdotti nell’organismo dove cominciano a produrre la proteina virale, nei confronti della quale il sistema immunitario crea gli anticorpi. “È come se il corpo umano creasse le munizioni per essere pronto ad attaccare la proteina patogena quando arriverà insieme al virus vero e proprio. Per produrre queste difese attraverso l’uso di un vaccino, però, l’organismo ha bisogno di una tempistica molto variabile. Durante un’infezione naturale, normalmente i periodi sono codificati: nella fase immediata compaiono gli anticorpi IgM, che sono la prima forma di difesa, mentre è solo dopo circa 3 settimane che gli anticorpi IgG raggiungono un livello ritenuto protettivo; gli anticorpi IgG, infatti, sono quelli che permettono, generalmente, una protezione più duratura dall’infezione.  Con l’impiego di un vaccino, invece, le IgG necessitano di vario tempo per essere prodotte in quantità tale da essere davvero protettive, e talvolta richiedono anche dei richiami vaccinali”, chiarisce Francia.

Perché ci vuole tanto tempo per sviluppare un vaccino?

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Una domanda che ci si può porre, se non si conosce l’iter previsto, è perché la realizzazione di un vaccino comporti tanto tempo. Il motivo va ricercato nel fatto che, normalmente, esso ha bisogno di una serie di passaggi per essere prodotto.

Primi step per la realizzazione di un vaccino

Come illustra il dottor Francia: “Il primo step consiste nel valutare il sistema con cui realizzare il vaccino, individuando la strada più idonea tra quelle possibili. Fatto questo, il vaccino va studiato sugli animali di laboratorio per verificare se provoca degli effetti collaterali oppure se determina una buona risposta anticorpale. Se non si dimostra dannoso e se stimola la produzione di anticorpi, si può introdurre il virus negli animali per vedere se manifestano una risposta anticorpale tale da debellare la malattia”.

La sperimentazione sull’uomo

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“A questo punto – continua il medico – si passa alla sperimentazione sull’uomo. In prima istanza si testa il vaccino su un numero ridotto di volontari (poche centinaia) per constatare che non abbia effetti collaterali. Accertata la sua sicurezza, il vaccino viene iniettato su un numero maggiore di volontari, ovvero alcune migliaia, e si valuta se, nel corso del tempo, le persone producono le difese, facendo dei prelievi a intervalli regolari che mostrano se sono presenti gli anticorpi e se si mantengono nel tempo (se dopo sei mesi calano, ad esempio, sarà necessaria un’ulteriore iniezione). Questa fase può durare anche un anno o un anno e mezzo”.

“Terminato questo passaggio – spiega ancora Francia – si passa alla terza fase della sperimentazione sull’uomo, che consente di capire se gli anticorpi sviluppati sono davvero efficaci contro la malattia, perché non è scontato sia così. Per farlo, dobbiamo aspettare che le persone che abbiamo vaccinato incontrino in maniera naturale l’infezione. Come si può intuire, questa è la parte che richiede più tempo (si parla di circa 2 anni, generalmente) e molto dipende dal grado di diffusione della malattia: meno è diffusa e più dovremo attendere perché le persone vaccinate incontrino il virus”.

Si possono accorciare i tempi per il vaccino contro il Coronavirus?

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Ora che conosciamo l’iter previsto per lo sviluppo di un vaccino, è lecito chiedersi cosa si è deciso di fare per il Covid-19. Come spiega il dottor Francia, data la necessità di trovare una rapida soluzione, per accorciare i tempi si sta pensando di saltare la fase 3 della sperimentazione sull’uomo: “Per il vaccino contro il Coronavirus, probabilmente ci si limiterà alle prime due fasi, ovvero verificare che il vaccino non provochi controindicazioni e che permetta di sviluppare un livello anticorpale adeguato, passando subito alla produzione (ovviamente, starà poi alle agenzie regolatorie del farmaco accettare questa condizione). Se si procedesse normalmente, infatti, non sarebbe pronto prima di qualche anno. 

Tuttavia, saltando la fase 3, si pone un’altra questione: il rischio, per un’azienda, di produrre un elevato numero di dosi di un vaccino che, una volta in commercio, risulti inefficace. In questo scenario, il governo degli Stati Uniti ha quindi deciso di finanziare a scatola chiusa la produzione di alcuni vaccini, di cui ha valutato i dossier giudicando i lavori promettenti”.

Quando sarà pronto il vaccino e chi saranno i primi a riceverlo?

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Entro quando possiamo sperare di avere un vaccino contro il Coronavirus e, quando sarà disponibile, chi saranno i primi a poterlo utilizzare? “Per quanto riguarda le tempistiche, a mio parere, il vaccino non sarà disponibile prima dell’anno prossimo. Tuttavia non escludo che, visto che ci sono tante realtà che ci stanno lavorando, qualcuno possa arrivare a questo risultato anche prima, per bruciare la concorrenza. Bisogna essere molto cauti, però: se il vaccino non dovesse funzionare, l’azienda rischierebbe di essere considerata inaffidabile per un po’ di anni”, sottolinea Francia.

Piuttosto complesso anche il tema della distribuzione del vaccino, una volta pronto. Come afferma l’intervistato, “si tratta della fase che preoccupa di più gli operatori di sanità pubblica, perché le persone credono che sarà immediatamente accessibile a tutti, ma non è così. Inizialmente, le dosi di vaccino saranno contenute, perché verranno prodotte gradualmente con il tempo. Teniamo conto che la popolazione mondiale è di 7 miliardi di persone e che nei Paesi che possono permettersi di acquistare il vaccino ce ne sono almeno 3-4 miliardi. Fare così tante vaccinazioni – il numero potrebbe anche moltiplicarsi se è necessario un richiamo – comporta tanto tempo: potrebbero servire mesi, se non periodi più lunghi, prima di riuscire a vaccinare tutti

Inoltre, sarà previsto un ordine di priorità con cui vaccinare le persone. A questo proposito, a mio parere, i primi a ricevere il vaccino dovrebbero essere gli operatori sanitari, perché più ad alto rischio rispetto ad altri. A seguire le persone fragili, ad esempio coloro che vivono in aggregazioni a rischio, come gli anziani ricoverati in case di riposo, oppure chi soffre di più malattie croniche, in quanto potrebbe andare incontro a complicanze se contraesse il Covid-19. Per determinare le altre fasce di popolazione da vaccinare per prime, credo che subentreranno anche le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, perché sono tanti gli aspetti da considerare. Parlando sempre di ipotesi, per esempio, si potrebbe decidere di vaccinare i bambini, perché è vero che non vanno incontro a complicanze gravi, ma potrebbero infettarsi e trasmettere il virus a nonni e genitori. Si potrebbe valutare anche di vaccinare i lavoratori che viaggiano molto per lavoro”.

E se il vaccino contro il Coronavirus non venisse mai trovato?

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Francia esclude la possibilità che un vaccino anti Coronavirus non venga mai scoperto: “Il vaccino verrà trovato, il dubbio riguarda il suo livello di efficacia. Secondo me potremmo avere un vaccino che non è efficace al 90/95 per cento come quello per il morbillo, per esempio, ma che permette comunque di avere una forma di protezione.

Qualora non venisse scoperto il vaccino, probabilmente verrebbero messi a punto dei farmaci più efficaci come la terapia al plasma, che oggi rappresenta una soluzione di nicchia in quanto non c’è plasma per tutti, ma solo per pochi casi. Dobbiamo quindi sperare che l’industria farmaceutica riesca a creare in laboratorio degli anticorpi clone di quelli prodotti da chi ha avuto la malattia, e di metterli a disposizione in quantità enormi: solo così, questo tipo di cura potrà avere un peso decisivo.

È notizia recente quella di un’azienda farmaceutica americana che ha sintetizzato in laboratorio l’anticorpo monoclonale LY-CoV555, identico a quello ritrovato nel sangue delle persone guarite. Si tratta, quindi, di un potenziale nuovo farmaco specificamente progettato per combattere il SarsCoV2. I primi pazienti nello studio sono stati trattati nei principali centri medici USA. Se i risultati della fase 1 su pazienti ospedalizzati mostreranno che l’anticorpo può essere somministrato in modo sicuro, sarà avviato uno studio di fase 2 per valutare l’efficacia in popolazioni vulnerabili”.

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Mara D'Angeli
Riminese, lavora nel campo della comunicazione e della scrittura. Per il blog InSalute, si occupa di approfondimenti legati a benessere, prevenzione e salute dei bambini.

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