La perdita dell’udito, o ipoacusia, può essere dovuta a cause diverse: da ostruzioni meccaniche dell’orecchio esterno o medio (forme trasmissive) a danni dell’orecchio interno o del nervo acustico (forme neurosensoriali), causati da esposizione prolungata al rumore, invecchiamento, infezioni o farmaci ototossici. I segnali precoci sono spesso sfumati: difficoltà a distinguere le parole in ambienti rumorosi, volume della televisione costantemente alto, tendenza a chiedere di ripetere. Un esame audiometrico dall’otorinolaringoiatra permette di misurare il deficit e orientare il trattamento.
Non è raro che la perdita dell’udito passi inosservata per anni. Il calo avviene spesso in modo progressivo e quasi impercettibile: i suoni restano udibili, ma le parole diventano meno nitide, le conversazioni più faticose da seguire. Riconoscere i segnali precoci e capire da cosa dipendono è il primo passo per non lasciare che il problema si consolidi.
Quali sono le cause della perdita dell’udito?
La perdita dell’udito si distingue clinicamente in due categorie principali:
- ipoacusia trasmissiva: il suono incontra un ostacolo prima di raggiungere l’orecchio interno. Il problema risiede nell’orecchio esterno o medio
- ipoacusia neurosensoriale: il danno riguarda le cellule ciliate della coclea o il nervo acustico, che non trasmette correttamente il segnale uditivo al cervello
- forme miste, in cui le due componenti coesistono.
Cause trasmissive
Le cause trasmissive principali comprendono:
- accumulo di cerume nel condotto uditivo
- otite media con versamento di liquido nella cavità timpanica, frequente nei bambini ma non rara negli adulti
- perforazione della membrana timpanica a causa di un trauma, una detonazione ravvicinata o un’infezione non trattata
- otosclerosi, malattia che irrigidisce progressivamente la staffa (uno dei tre ossicini dell’orecchio medio), causando un calo uditivo bilaterale a lenta progressione, più frequente nei giovani adulti.
Cause neurosensoriali
Tra le cause neurosensoriali più frequenti di ipoacusia rientrano:
- trauma acustico: l’esposizione prolungata o acuta a suoni intensi (ambienti di lavoro rumorosi, concerti, cuffie ad alto volume) distrugge in modo permanente le cellule ciliate della coclea. È la causa più frequente nei giovani adulti e nei lavoratori di certi settori
- presbiacusia: il deterioramento progressivo dell’udito legato all’invecchiamento fisiologico delle strutture cocleari interessa circa il 40% degli over 75 e rappresenta la causa più diffusa nell’anziano
- farmaci ototossici: alcuni antibiotici aminoglicosidici, chemioterapici e diuretici dell’ansa possono danneggiare la coclea
- patologie infettive: parotite, morbillo, meningite e herpes zoster auricolare (sindrome di Ramsay Hunt), nei neonati rosolia, sifilide e citomegalovirus.
Quali sono i primi sintomi di perdita di udito?
Nelle fasi precoci l’orecchio non smette di sentire: smette di distinguere. Le alte frequenze sono generalmente le prime a degradarsi, per questo le parole suonano ovattate o confuse.
Un segnale frequente di calo uditivo è la difficoltà a seguire conversazioni in ambienti rumorosi: un bar affollato, una sala riunioni, una cena con più persone presenti. In questi contesti, il cervello non riesce più a separare la voce dell’interlocutore dal rumore di fondo, e lo sforzo necessario per comprendere le parole cresce in modo significativo. Questo affaticamento cognitivo può manifestarsi anche come difficoltà di concentrazione o senso di stanchezza al termine di incontri sociali.
Altri segnali precoci da non trascurare includono:
- alzare frequentemente il volume della televisione o della radio
- necessità di chiedere agli interlocutori di ripetere o di parlare più lentamente
- difficoltà nelle telefonate, dove non si dispone del supporto della lettura labiale
- sensazione di ovattamento o di orecchio pieno in uno o entrambi gli orecchi
- acufeni.
Un caso a parte è l’ipoacusia improvvisa: la perdita dell’udito in un orecchio solo, insorta nel giro di poche ore o al massimo tre giorni, è un’urgenza medica. La finestra terapeutica – entro cui i farmaci possono ancora essere efficaci – è di 48-72 ore dall’esordio; oltre quel limite, il danno tende a diventare permanente.
Il riferimento diagnostico è la visita otorinolaringoiatrica con audiometria tonale, che misura con precisione le frequenze colpite e l’entità della perdita. Individuare il deficit precocemente aumenta di molto le possibilità di trattamento, per questo è importante agire per tempo alla comparsa dei primi segnali.
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Le domande più frequenti dei pazienti
La perdita improvvisa dell’udito da un solo orecchio richiede il pronto soccorso?
Sì, l’ipoacusia improvvisa monolaterale è considerata un’urgenza otorinolaringoiatrica. Il trattamento di prima scelta, a base di corticosteroidi per via sistemica o intratimpanica, ha un’efficacia significativamente superiore se avviato entro le prime 48-72 ore dall’esordio.
I farmaci ototossici causano sempre danni permanenti all’udito?
Non sempre: il danno uditivo da farmaci ototossici è spesso dose-dipendente e, in alcuni casi, parzialmente reversibile dopo la sospensione del trattamento. Antibiotici aminoglicosidici e chemioterapici comportano i rischi maggiori, specialmente in trattamenti prolungati o ad alte dosi. In pazienti che necessitano di questi farmaci per motivi clinici, il monitoraggio audiometrico periodico durante la terapia consente di cogliere precocemente eventuali variazioni e adattare il trattamento.
L’audiometria è sufficiente per diagnosticare l’ipoacusia?
L’audiometria tonale è l’esame fondamentale: misura la soglia uditiva per diverse frequenze e permette di classificare l’ipoacusia per tipo (trasmissiva o neurosensoriale) e grado (lieve, moderata, grave, profonda). Spesso si associa all’impedenzometria, che valuta la mobilità della membrana timpanica e degli ossicini. Nei casi più complessi, l’otorinolaringoiatra può prescrivere una risonanza magnetica dell’encefalo e delle rocche petrose.
Quanto può danneggiare l’udito l’ascolto di musica con le cuffie?
L’ascolto prolungato a volumi elevati causa un trauma acustico cronico che si accumula nel tempo e danneggia in modo progressivo e irreversibile le cellule ciliate della coclea. Le cuffie in-ear, che si inseriscono direttamente nel condotto uditivo, amplificano il rischio rispetto alle cuffie over-ear perché non c’è dispersione del suono verso l’esterno.


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