Come si diagnostica la fibromialgia? Dai tender points ai nuovi criteri

La fibromialgia, o sindrome fibromialgica, rappresenta una delle condizioni più complesse e sfidanti nel panorama medico attuale, caratterizzata principalmente da un dolore muscoloscheletrico cronico diffuso, accompagnato da sintomi come stanchezza, sonno non ristoratore, disturbi cognitivi (noti come “fibrofog”), depressione e ansia. La peculiarità di questa sindrome risiede nella sua eziologia multifattoriale e nella varietà di manifestazioni che rendono il processo diagnostico particolarmente complesso.

Nonostante la ricerca abbia fatto significativi progressi, infatti, le cause esatte della fibromialgia rimangono in gran parte sconosciute. L’ipotesi più accreditata vede una combinazione di fattori genetici, psicologici ed emotivi. La presenza di polimorfismi genetici nei sistemi di trasmissione del dolore suggerisce poi una predisposizione alla malattia in individui vulnerabili, nei quali eventi scatenanti possono alterare la trasmissione del dolore, conducendo a una sua cronicizzazione e amplificazione. Questa teoria sottolinea l’importanza di un approccio multidisciplinare per il trattamento ottimale del paziente.

In questo articolo approfondiremo il processo diagnostico della fibromialgia, con particolare attenzione alle ricerche in merito.

Le sfide nella diagnosi della fibromialgia

Data l’assenza di marcatori oggettivi e la necessità di affidarsi esclusivamente ai sintomi riportati dal paziente, la diagnosi di fibromialgia da parte degli specialisti non è sempre semplice. Inizialmente, il processo diagnostico si basava principalmente sulla presenza di tender points specifici, ma questa metodologia è stata messa in discussione per la sua scarsa sensibilità e specificità. Questi punti di dolore sono distribuiti simmetricamente su entrambi i lati del corpo e si localizzano:

  • alla base del cranio vicino alla colonna vertebrale;
  • nella parte posteriore della base del collo;
  • nella parte posteriore superiore della spalla;
  • tra la clavicola e la spina dorsale superiore;
  • sulla parte anteriore della cassa toracica;
  • sul bordo esterno dell’avambraccio, circa 2 cm sotto il gomito;
  • nella parte superiore dell’area dell’anca;
  • nella parte superiore dei glutei;
  • intorno all’area del ginocchio.

È possibile che un paziente manifesti altri tender points oltre a quelli classici, dato che ogni punto di inserzione tendinea o muscolo può potenzialmente diventare doloroso. Inoltre, è possibile che l’intensità del dolore nei tender points vari di giorno in giorno. Di conseguenza, anche se il numero di tender points attivi è inferiore a 11 ma sono presenti altri sintomi tipici della fibromialgia come dolore diffuso, rigidità muscolare e problemi di sonno, gli specialisti raccomandano di intraprendere una terapia appropriata per la condizione.

L’evoluzione dei criteri diagnostici dai “tender points”

Nel 1990, l’American College of Rheumatology (ACR) ha introdotto i primi criteri basati sulla presenza di dolore diffuso per oltre tre mesi e sulla identificazione di 11 su 18 tender points specifici.

L’adozione di questi criteri ha rappresentato per decenni un passaggio chiave per migliorare l’interpretazione della fibromialgia, permettendo una standardizzazione della diagnosi e facilitando il confronto tra studi scientifici, in particolare quelli di natura epidemiologica.

I tender points sono identificati in medicina come punti specifici sul corpo che, quando premuti con un dito, causano dolore nei soggetti affetti da fibromialgia.

Le ultime ricerche nel campo della fibromialgia

Nel corso degli anni, però, l’uso dei soli tender point si è rivelato problematico, il che ha portato all’elaborazione di nuovi criteri nel 2010. Questi criteri più recenti enfatizzano la valutazione complessiva dei sintomi, inclusi il dolore diffuso e la severità di altri sintomi correlati come disturbi del sonno e problemi cognitivi.

I criteri del 2010 sono stati ulteriormente affinati nel 2016, con l’introduzione dell’Indice di dolore diffuso (WPI) e della Scala di gravità dei sintomi (SSS), che valutano rispettivamente l’estensione del dolore e la gravità dei sintomi associati. La diagnosi richiede ora che i pazienti soddisfino specifici livelli di dolore e severità dei sintomi, oltre alla presenza di dolore multisito e alla persistenza dei sintomi per almeno tre mesi:

  • il Widespread Pain Index (WPI) deve essere maggiore o uguale a 7 e la Symptom Severity Scale (SSS) maggiore o uguale a 5. In alternativa, il WPI può variare da 4 a 6 se la SSS è maggiore o uguale a 9;
  • è necessario che il paziente esperisca dolore diffuso in almeno quattro delle cinque aree corporee seguenti: parte superiore sinistra (inclusi spalla e braccio sinistro), parte superiore destra (inclusi spalla e braccio destro), parte inferiore sinistra (includendo il lato sinistro dei glutei, l’anca e la gamba), parte inferiore destra (includendo il lato destro dei glutei, l’anca e la gamba) e l’area assiale (che comprende collo, torace e zona lombare);
  • la persistenza dei sintomi deve essere di almeno tre mesi, mantenendosi costanti nel livello di gravità.

È importante, poi, considerare che la diagnosi di fibromialgia rimane valida a prescindere da eventuali altre diagnosi mediche ricevute dal paziente. Pertanto, la conferma della fibromialgia non elimina la possibilità che il paziente possa avere altre condizioni mediche significative, che vanno indagate con gli specialisti competenti.

Ridofranz/gettyimages.it

L’importanza della diagnosi differenziale

Dato il quadro sintomatologico variegato e la sovrapposizione con altre condizioni, la diagnosi differenziale diventa indispensabile. Il primo passo è escludere altre malattie che possono mimare la fibromialgia, come le patologie reumatiche, neurologiche o endocrinologiche. Questo processo aiuta a identificare la fibromialgia primaria, che si presenta senza altre condizioni sottostanti, dalla fibromialgia secondaria, che può essere associata ad altre malattie.

Esiste una cura? Cosa dicono le ultime ricerche

La fibromialgia colpisce una percentuale significativa della popolazione, con una maggiore incidenza nelle donne. L’impatto della sindrome sulla qualità della vita è profondo, e ha effetti sulla capacità lavorativa, sulle relazioni sociali e sul benessere psicologico. La gestione di questa patologia richiede pertanto un approccio omnicomprensivo che consideri sia il trattamento del dolore sia il supporto psicologico e sociale, come sottolineano alcune ricerche recenti.

La fibromialgia, infatti, è una condizione cronica da cui non si guarisce completamente, ma è possibile imparare a gestirla per alleviare il dolore e i sintomi più limitanti attraverso un approccio terapeutico multidisciplinare. Le strategie di trattamento includono:

  • l’uso di farmaci, principalmente per ridurre il dolore e migliorare la qualità del sonno. I farmaci, benché non in grado di curare la fibromialgia, possono alleviare significativamente i sintomi. Quelli prescritti più di frequente sono gli antinfiammatori non steroidei, gli antidepressivi a bassi dosaggi e gli analgesici a rilascio prolungato. È importante notare che, a differenza di altre condizioni reumatiche, la fibromialgia non deve essere trattata con cortisone, poiché non è una sindrome infiammatoria;
  • l’adozione di programmi di esercizio fisico. L’attività fisica, infatti, è fondamentale nella gestione della fibromialgia. Esercizi quotidiani, come quelli posturali, di stretching e attività aerobica leggera, possono alleviare i sintomi dolorosi e rafforzare il corpo. La fisioterapia e specialmente l’idrokinesiterapia possono essere efficaci nel rilassare i muscoli profondi e alleviare il dolore, contribuendo a uno stato di benessere generale;
  • l’impiego di tecniche di rilassamento per diminuire la tensione muscolare, anche grazie ad attività come lo yoga;
  • programmi educativi per informare e supportare il paziente nella gestione della propria condizione. L’educazione del paziente svolge dunque un ruolo essenziale nella gestione della fibromialgia. Comprendere la malattia, infatti, aiuta chi ne soffre ad affrontare meglio il dolore cronico e la stanchezza, e a gestire gli eventuali cambiamenti nello stile di vita. Il supporto psicologico può essere particolarmente utile per affrontare la depressione che spesso accompagna la condizione e per migliorare le relazioni sociali.

La diagnosi di fibromialgia è quindi passata, negli ultimi trent’anni, da un approccio centrato sui tender points a un modello più olistico che riconosce la complessità della sindrome. La comprensione e l’identificazione accurata della fibromialgia sono essenziali per fornire ai pazienti le cure e il supporto necessari. Mentre la ricerca continua a svelare le complesse interazioni alla base della fibromialgia, è fondamentale che i professionisti della salute rimangano aggiornati sui criteri diagnostici e sulle strategie di trattamento per migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da questa condizione debilitante. In questo contesto, un pacchetto servizi come Doctor Care di SiSalute che possa aiutare il paziente nella gestione quotidiana della malattia si rivela un ottimo supporto, grazie al quale è possibile accedere a visite specialistiche, sconti sulle prestazioni sanitarie e assistenza tempestiva in caso di necessità, ottenendo le cure e l’assistenza di cui si ha bisogno quando se ne ha più bisogno.

 

 

Fonti:

Humanitas.it

Fondazione Veronesi

MSD Manuals


Immagine in evidenza di shurkin_son/gettyimages.it

 

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