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Terapia chelante

Intossicazione da mercurio: cos’è la terapia chelante e come funziona?

Come sappiamo, lo smog è un tipo di inquinamento che intossica il nostro organismo, ma non è l’unico fattore di esposizione: anche l’aria, il suolo e l’acqua possono essere contaminati da metalli pesanti, largamente usati nell’industria e nell’agricoltura e il cui accumulo nell’organismo, anche attraverso gli alimenti che ingeriamo, può avere conseguenze gravi per la salute.

Cadmio, nichel, arsenico, cobalto, cromo e alluminio si trovano anche nei cosmetici e nei medicinali, sono responsabili di diverse allergie e, in dosi elevate, possono risultare tossici e causare patologie quali Alzheimer, aterosclerosi e cancro.
L’intossicazione da mercurio è tra le più gravi, poiché si tratta del metallo più tossico, le cui dosi nell’organismo dovrebbero mantenersi bassissime. Tuttavia, spesso non è così, per cui oggi è possibile sottoporsi ad una terapia chelante, ovvero disintossicante, che permette di ritrovare il proprio benessere.

Vediamo meglio di cosa si tratta e quali sono vantaggi e controindicazioni.

Intossicazione da mercurio: sintomi e conseguenze

Intossicazione da mercurio

I metalli pesanti si legano con le proteine del sangue e si depositano nell’organismo, che fatica a eliminarli, se non in minima parte attraverso i reni e le feci. Il mercurio si trova nelle vernici, nei materiali plastici, nell’amalgama dentale utilizzata in odontoiatria, ma anche in cereali e pesci. In particolare, il metilmercurio, ovvero la sua forma organica, è quella maggiormente assorbita dall’uomo e anche la più tossica. Non di rado lotti di alcune tipologie di pesce di grandi dimensioni, come spada, tonno o palombo, vengono ritirati dal Ministero della Salute a causa delle eccessive concentrazioni di mercurio, che possono avere conseguenze anche serie, per cui solitamente la comunità scientifica consiglia di preferire pesce azzurro di piccola taglia.

Il parere dell’Efsa sul mercurio nel pesce

Il consumo settimanale di pesce è però consigliato da medici e nutrizionisti ed è una delle raccomandazioni presenti, ad esempio, anche nella dieta anticancro. Per fornire un’indicazione utile al consumatore che vuole beneficiare degli acidi grassi Omega-3, senza rischiare contaminazioni da metalli pesanti, l’Autorità per la sicurezza alimentare europea (EFSA) ha indicato come dosi settimanali tollerabili (WTI) di metilmercurio un valore pari a 1,3 microgrammi per Kg di peso corporeo, promuovendo il consumo di pesce (dalle 2 alle 4 volte alla settimana), utile per la salute cardiovascolare e neurologica. Inoltre, come evidenziato anche dalla Fondazione Umberto Veronesi, l’effetto degli Omega-3 contrasta quello del metilmercurio, per cui l’indicazione generale rimane quella limitare quelle specie ittiche ad alto contenuto di metilmercurio (pesce spada, luccio, merluzzo, o tonno di grande dimensione, come quello pinna rossa).

Vediamo ora come si manifesta l’intossicazione da mercurio e quali sono i rischi per la salute.

I rischi per la salute

L’intossicazione da mercurio, che tende ad accumularsi nei tessuti, può essere sia acuta che cronica e crea stati ossidativi nell’organismo. In particolare si caratterizza per

  • dolori muscolari
  • disturbi digestivi
  • tremori
  • problemi a livello renale e neurologico.

Nei casi più gravi, l’intossicazione cronica può portare a perdita dell’udito o della vista, malattie cardiocircolatorie, cancro, debolezza muscolare e anche morte.

I sintomi più comuni, anche se di difficile attribuzione, per cui occorre sempre rivolgersi al proprio medico e sottoporsi ai principali screening, sono tremori, nervosismo, perdita di memoria, stanchezza. Ecco perché, oltre ad alcuni aiuti naturali, come ad esempio il consumo di alimenti come alghe, spezie, acqua e limone, nei casi più gravi, di vera e propria intossicazione da mercurio, si sta sempre più diffondendo la terapia chelante.

Ecco di cosa si tratta.

Terapia chelante: come funziona?

Terapia chelante

La chelazione è una reazione chimica in cui un atomo metallico viene legato ad un reagente, detto appunto chelante (termine di origine greca dal significato di pinze).

In medicina la terapia chelante viene utilizzata per trattare le intossicazioni da metalli pesanti, attraverso sostanze chimiche che afferrano il metallo, si legano a lui e lo eliminano, portandolo fuori dall’organismo.

Il ruolo dell’EDTA

Nello specifico la terapia chelante utilizza soprattutto EDTA (acido etilendiaminotetraacetico), una sostanza simile all’aceto considerata innocua che non viene assimilata dall’organismo, ma eliminata tramite le urine, insieme al metallo cui si è legata.

Come si esegue la terapia chelante

La terapia chelante, utilizzata negli Stati Uniti da oltre 20 anni, anche contro l’accumulo di altri metalli pesanti o di calcio, si effettua per infusione venosa lenta di EDTA da effettuarsi da 1 a 3 volte alla settimana in dosaggi che possono variare in base alle condizioni di salute del paziente e allo stato dell’intossicazione per cui si interviene. Si tratta di una procedura assolutamente sconsigliata in caso insufficienza renale o epatica, dal momento che reni e, in minore misura, fegato, sono gli organi deputati all’eliminazione del metallo chelato, per cui non possono essere appesantiti ulteriormente in caso di cattiva funzionalità.

L’azione benefica della terapia chelante si riscontra non prima della quinta infusione e si completa, solitamente, dopo 3-6 mesi, a seconda del paziente.

Alcune controindicazioni

Terapia chelante controindicazioni

Per evitare di incappare in rischiose cure improvvisate, a volte proposte da figure non competenti, è fondamentale rivolgersi al proprio medico di fiducia e sottoporsi a terapia chelante solo una volta che i test, solitamente sulle urine o sul tessuto del capello (mineralogramma), evidenzino uno stato di intossicazione, pur tenendo presente che sull’attendibilità del mineralogramma permangono delle perplessità.

Durante la terapia chelante vengono costantemente monitorati i valori della pressione e viene effettuata la ricerca dei metalli pesanti nell’urina delle 24 ore per poter seguire l’andamento dell’escrezione dei metalli pesanti. Tale terapia, se eseguita quando non necessario e senza controllo medico, può avere controindicazioni serie, tanto che, pur essendo una terapia usata già dagli anni ‘80, alcuni sostengono necessiti di ulteriori conferme scientifiche.

Tra gli effetti collaterali occorre considerare che le sostanze chelanti possono eliminare insieme ai metalli pesanti anche tracce di minerali e altre sostanze utili (ad esempio rame o zinco), motivo per cui solitamente durante la terapia il medico può consigliare appositi integratori alimentari. Inoltre, a volte si possono manifestare febbre, nausea, aritmia, per quanto il trattamento, se eseguito nei modi e nelle dosi corrette, venga considerato sicuro.

In ogni caso è bene ricordare che la terapia chelante non è una formula magica che va sempre bene per tutto e tutti. In generale, è controindicata in caso di nefropatie acute e croniche, epatopatie e gravidanza.

Conoscevate già la terapia chelante e il suo utilizzo in caso di intossicazione da mercurio? Qual è la vostra esperienza?

Elena Rizzo Nervo
Bolognese, lavora nel mondo della comunicazione occupandosi di alimentazione, agricoltura biologica e ambiente. É redattrice per "Il Giornale del Cibo" per il quale scrive su tematiche inerenti la nutrizione e i corretti stili di vita

1 Commento

  1. Gianluca Finotello ha detto:

    Buongiorno mi chiamo Gianluca ho 43 anni la settimana scorsa mi hanno diagnosticato la malattia del motoneurone (sla) volevo sapere se questa terapia chelante in base alle vostre esperienze può essere consigliata..
    Grazie
    Saluti
    Gianluca

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