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Disturbi alimentari nello sport: perché sono sempre più diffusi?


Pressione estetica, prestazione e regimi rigidi rendono lo sport un terreno a rischio per i disturbi alimentari come anoressia, bulimia, binge eating, ortoressia e vigoressia. Negli atleti la prevalenza arriva al 13,5%, con incidenza maggiore tra adolescenti femmine. Calo ponderale rapido, amenorrea, infortuni ricorrenti, ossessione per calorie e stanchezza cronica sono i principali campanelli d’allarme. Allenatori e famiglie hanno un ruolo chiave nel cogliere precocemente questi segnali, mentre la diagnosi spetta a un’équipe di medico sportivo, nutrizionista e psicologo.

L’immagine dell’atleta è legata all’idea di salute, forza e disciplina. Eppure, dietro corpi performanti e routine rigorose può nascondersi una sofferenza silenziosa: i disturbi del comportamento alimentare. Adolescenti e giovani sportivi rappresentano la fascia più esposta, soprattutto in discipline dove peso e linea incidono sulla prestazione.

Quali sono i segnali più rivelatori? E perché certi contesti agonistici diventano un terreno fertile per queste patologie? Ne parliamo in questo articolo.

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Qual è il legame tra disturbi alimentari e sport?

Il legame tra disturbi alimentari e attività sportiva nasce dalla pressione costante verso la prestazione e l’ottimizzazione della forma fisica, che induce molti atleti a sviluppare un rapporto disfunzionale con il cibo. Studi recenti stimano una prevalenza intorno al 13,5% tra gli sportivi, con un’incidenza di un caso su cinque contro un caso ogni dieci-venti persone nella popolazione generale.

L’origine del problema è sfaccettata e coinvolge una serie di concause:

  • fragilità psicologiche come bassa autostima e perfezionismo
  • contesto socioculturale che veicola modelli di bellezza in cui prevalgono fisici magri, slanciati e muscolosi
  • dinamiche specifiche dell’ambiente sportivo.

Particolarmente esposte risultano le discipline cosiddette weight-sensitive, in cui peso e composizione corporea condizionano il risultato, come ginnastica artistica, danza, lotta, bodybuilding.

Un ruolo cruciale lo gioca la pressione esercitata dall’ambiente tipicamente competitivo. Richieste sul calo ponderale, la dedizione che sfocia nell’ossessione, l’abitudine di controllare il peso in contesti pubblici: sono tutti elementi che possono spingere un giovane atleta verso condotte alimentari restrittive o compensatorie.

L’età adolescenziale costituisce la finestra più delicata. La pubertà modifica il corpo proprio mentre la pratica agonistica si intensifica, e questo scarto tra forma fisica desiderata e cambiamenti naturali può innescare comportamenti pericolosi.

Il fenomeno non si limita di certo all’agonismo. Anche persone che fanno sport a livello amatoriale e seguono diete rigide e programmi di allenamento eccessivi possono incorrere nelle stesse criticità.

Quali sono i più diffusi?

I disturbi più diffusi tra chi pratica sport includono:

  • anoressia nervosa, in cui prevalgono una restrizione calorica severa e un conseguente calo ponderale marcato, e pensieri negativi come la paura di ingrassare
  • bulimia nervosa, caratterizzata da abbuffate seguite da condotte compensatorie come vomito autoindotto o esercizio compulsivo
  • binge eating disorder: episodi ricorrenti di alimentazione incontrollata senza compensazione
  • vigoressia: percezione distorta di non essere mai abbastanza muscolosi, diffusa soprattutto tra uomini in discipline di forza
  • ortoressia: fissazione per cibi considerati “puri” o “salutari”.

Una ricerca europea condotta nel 2024 nell’ambito del progetto ERASMUS+ Sports Community against Eating Disorders (SCAED) stima che il rischio potenziale di sviluppare un DCCA tra giovani atleti non professionisti vari dal 14,9% al 26,6%, mentre i casi clinici diagnosticati oscillano tra 5,5% e 9,6%, con incidenza più elevata nelle adolescenti.

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La pressione verso la prestazione e l’attenzione alla forma fisica contribuiscono all’incidenza dei DCA tra gli sportivi.

Quali sono i segnali di un disturbo alimentare nello sport?

I segnali di un disturbo alimentare nello sport comprendono manifestazioni fisiche, comportamentali ed emotive che vanno ben oltre la normale disciplina.

Tra i campanelli d’allarme più indicativi rientrano:

  • calo ponderale repentino o oscillazioni di peso
  • atteggiamento ossessivo verso calorie, grammature e composizione corporea
  • suddivisione tra alimenti “permessi” e “vietati”
  • dismorfismo (distorsione dell’immagine corporea)
  • allenamenti compensatori dopo i pasti
  • senso di colpa legato al cibo
  • stanchezza cronica e calo delle prestazioni
  • infortuni frequenti
  • nelle ragazze, irregolarità o scomparsa del ciclo (amenorrea)
  • ritiro sociale, irritabilità, oscillazioni dell’umore.

Le conseguenze sullo stato di salute possono essere numerose e severe: squilibri elettrochimici e immunitari, malnutrizione, osteoporosi, aritmie, danni muscolari. Nei contesti agonistici può svilupparsi una condizione nota come RED-S (Relative Energy Deficiency in Sport), condizione clinica legata a una disponibilità energetica insufficiente che si ripercuote su sistema immunitario, metabolismo, assetto ormonale, salute ossea e cardiovascolare. L’importanza di una presa in carico precoce è dunque determinante.

Se, da un lato, la formulazione di una diagnosi e l’impostazione di un percorso di cura competono solo a terapeuti specializzati, medici e nutrizionisti, dall’altro è cruciale il contributo che può arrivare da familiari, compagni di squadra e allenatori. Il loro sostegno – basato su un dialogo aperto e non giudicante – può aiutare in modo significativo la persona che soffre di disturbi alimentari nel percorso di recupero.

Per chi pratica sport con regolarità e vuole farlo in sicurezza, può essere utile affidarsi a un piano dedicato come My Training di UniSalute. Questa soluzione offre numerosi vantaggi: una prima visita medica sportiva gratuita, una visita nutrizionale con redazione di un piano alimentare, l’accesso a visite di controllo a tariffe agevolate e la copertura di percorsi riabilitativi in caso di infortunio.

 

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Tra i disturbi alimentari più diffusi tra gli sportivi c’è la vigoressia, fondata su un’attenzione ossessiva verso la massa muscolare.

Le domande più frequenti dei pazienti

Quali sono gli sport più a rischio di disturbi alimentari?

I disturbi alimentari risultano più frequenti nelle discipline weight-sensitive, dove peso e costituzione corporea influenzano la prestazione. Tra queste rientrano sport come ginnastica, danza, bodybuilding e lotta.

Si può continuare a praticare sport durante un disturbo alimentare?

La decisione dipende dalla gravità del quadro clinico e dal tipo di disturbo. In alcuni casi l’attività fisica viene temporaneamente sospesa o ridotta per favorire il recupero psicofisico e ricostruire un rapporto sano con il cibo. In altri, lo sport rientra gradualmente in un percorso terapeutico personalizzato costruito da un’équipe multidisciplinare. Ogni scelta spetta ai professionisti che seguono l’atleta, perché ciascuna storia richiede valutazioni cliniche specifiche.

Come si distingue una dieta sportiva sana da una disfunzionale?

Un’alimentazione equilibrata per chi pratica sport copre il fabbisogno energetico, varia le fonti di nutrienti e si adatta ai carichi di allenamento, preservando benessere mentale e fisico. Una dieta disfunzionale, al contrario, si caratterizza per restrizioni rigide, eliminazione di interi gruppi alimentari considerati non salutari, conteggio ossessivo delle calorie e impatto negativo sulla socialità. 

A chi rivolgersi quando si sospetta un disturbo alimentare?

Il primo passo può essere quello di confrontarsi con il medico curante o il pediatra, che potrà indirizzare verso centri o professionisti specializzati nei disturbi del comportamento alimentare.

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