giovane donna frustrata per il proprio aspetto fisico davanti allo specchio

Disturbi del comportamento alimentare: quali sono i segnali psicologici e comportamentali da riconoscere


I disturbi del comportamento alimentare spesso iniziano con cambiamenti a livello psicologico ed emotivo: pensiero rigido, difficoltà nel gestire le emozioni, autostima fragile e legata all’immagine del corpo. Con il tempo, emergono comportamenti direttamente legati al rapporto con il cibo: restrizione, controllo ossessivo o abbuffate. Riconoscere questi segnali precoci è fondamentale per intervenire tempestivamente con un supporto multidisciplinare.

Nei disturbi del comportamento alimentare (DCA), l’alterazione della condotta alimentare arriva spesso in un secondo tempo. Prima si installa qualcosa di più difficile da nominare: un modo di pensare rigido, un’identità sempre più costruita attorno all’aspetto fisico. 

A volte possono svilupparsi abitudini apparentemente virtuose che diventano intransigenti (mangiare “sano”, fare sport, stare attenti alla linea), altre si fa strada un senso di perdita di controllo.

Come capire se si è di fronte a un disagio che merita attenzione? Per identificare i segnali di un DCA è necessaria una valutazione clinica che spetta a professionisti formati, i soli a poter fare una diagnosi. A chi sta accanto alla persona in difficoltà è affidato però un ruolo non meno importante: offrire supporto e ascolto, incoraggiare a chiedere aiuto senza forzature, far sentire che il legame affettivo resta intatto, qualunque cosa accada.

Approfondiamo allora i sintomi da osservare e come intervenire. Scopriamo, in particolare, l’impegno di Fondazione PASS al fianco delle famiglie che affrontano il disturbo alimentare di un figlio, e il podcast che ne è nato: Il Drago nel Castello, un racconto ravvicinato che dà voce a chi ha lottato contro un DCA.

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Come inizia un disturbo alimentare?

Quando si pensa ai segnali dei disturbi alimentari, spesso si guarda al piatto o alla bilancia. Ma il disturbo nasce altrove: nel modo di valutare sé stessi, di fare i conti con le emozioni, e solo in un secondo momento trova nel cibo il suo linguaggio principale.

Vediamo più nel dettaglio quali sono i primi segnali da riconoscere.

Sintomi psicologici

Il disagio che precede e si esprime poi nel disturbo alimentare ha a che vedere con la sfera emotivo-psicologica. I campanelli d’allarme più comuni includono:

  • pensiero rigido e punitivo: chi sviluppa un DCA tende a ragionare in termini assoluti: un alimento è “permesso” o “proibito”, un pasto è un “successo” o un “fallimento”. La stessa logica severa applicata al cibo spesso viene estesa al modo di considerare il corpo
  • difficoltà a gestire le emozioni: il cibo – che sia evitato, monitorato attentamente o assunto in modo incontrollato – diventa uno strumento per veicolare stati emotivi che non trovano altre forme di espressione
  • autostima fragile e dipendente dall’aspetto fisico: il valore personale smette di essere qualcosa di articolato e inizia a coincidere quasi esclusivamente con il corpo
  • umore instabile
  • tendenza all’isolamento: sensazione di non essere compresi o di vergogna, ritiro dalle relazioni.

Sintomi comportamentali

Questi aspetti si riflettono progressivamente anche nei comportamenti. Sul piano delle azioni, prendono piede abitudini che si ripetono e si intensificano, assumendo forme diverse a seconda del disturbo.

Nel caso dell’anoressia nervosa prevalgono controllo e restrizione:

  • eliminazione di interi gruppi di alimenti, giustificata con motivazioni legate alla salute 
  • controllo ossessivo delle calorie: lettura sistematica delle etichette, uso di app per monitorare ogni pasto
  • rituali rigidi durante i pasti: separare gli alimenti, sminuzzarli, mangiarli in un ordine preciso, masticare molto lentamente
  • evitamento dei pasti condivisi o disagio in situazioni sociali legate al cibo
  • attività fisica compulsiva, vissuta come obbligo o compensazione più che come piacere
  • cambiamenti nell’abbigliamento orientati a nascondere il corpo
  • controllo frequente e ansioso del proprio peso o dell’aspetto allo specchio.

Nella bulimia e nel binge eating emerge invece un rapporto incontrollato con il cibo: abbuffate consumate in solitudine e in segreto, seguite da senso di vergogna e di colpa. Nel caso della bulimia, questi episodi sono seguiti da comportamenti compensatori: vomito autoindotto, uso di lassativi o digiuno.

Disturbi del comportamento alimentare: cosa fare?

Uno degli aspetti più critici dei disturbi del comportamento alimentare è il ritardo con cui si arriva a una diagnosi e a un trattamento. Ne è un segnale l’aumento degli accessi al Pronto Soccorso per DCA – quando quindi la situazione è già peggiorata – per alcune fasce anagrafiche, in particolare giovani di 11-13 e 14-17 anni, come evidenziato nel Focus sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nei giovani fino a 25 anni nel triennio 2019-2021 del Ministero della Salute. Un dato che sottolinea tra l’altro l’abbassamento dell’età di esordio e rende ancora più urgente la capacità di riconoscere i segnali precoci.

A complicare il quadro contribuisce la natura eterogenea dei sintomi con cui i DCA si manifestano e la frequente presenza di disturbi associati (depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo bipolare) che rendono la diagnosi più articolata e allungano il tempo tra la comparsa dei primi segnali e l’inizio di un percorso di cura. Così, il disturbo ha tempo di consolidarsi.

Quando invece si agisce nelle fasi iniziali, le possibilità di recupero migliorano in modo sostanziale. Il primo riferimento è il medico di base o il pediatra, che può effettuare una prima valutazione e orientare verso centri o professionisti specializzati. Il percorso più efficace è quello multidisciplinare: psicologo o psicoterapeuta, nutrizionista e, quando necessario, psichiatra lavorano insieme su cause profonde e manifestazioni del disturbo. 

Il supporto alle famiglie: Fondazione PASS

Per chi è vicino a una persona in difficoltà, la modalità del confronto conta quanto il confronto stesso: evitare commenti sul cibo, sul peso e sull’aspetto riduce il rischio di chiusura, mentre restare presenti e disponibili all’ascolto apre uno spazio in cui la persona può sentirsi meno sola.

Accompagnare un figlio o una persona cara attraverso un DCA è emotivamente molto pesante. Avere un sostegno dedicato è spesso una necessità che non riguarda solo chi soffre del disturbo, ma anche chi gli sta accanto.

È qui che si inserisce il lavoro di Fondazione PASS (Polo Accoglienza Servizi Solidali), partner di UniSalute, che offre accoglienza alle famiglie che devono fronteggiare la patologia di un figlio, compresi i DCA. In questo ambito è stato creato il podcast Il Drago nel Castello, in collaborazione con Chora Media, che dà la parola a chi ha vissuto o sta vivendo questa esperienza dall’interno. Perché anche raccontare e sentirsi parte di una comunità è già una forma di cura.

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Le domande più frequenti dei pazienti

Quali sono i DCA più diffusi?

I disturbi del comportamento alimentare più diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da binge eating (abbuffate compulsive). Meno frequenti ma in crescita sono il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo o ARFID (in cui la riduzione drastica del cibo non è dovuta alla paura di ingrassare, ma a un disinteresse o all’avversione per alcuni aspetti sensoriali degli alimenti), l’ortoressia (caratterizzata dall’ossessione per il cibo sano) e la vigoressia (contraddistinta da una preoccupazione eccessiva per l’aumento della massa muscolare).

Quali sono i primi segnali dei disturbi del comportamento alimentare?

I segnali iniziali dei DCA riguardano spesso la sfera psicologica ed emotiva: pensiero rigido sul cibo e sul corpo, difficoltà a gestire le emozioni, autostima sempre più legata all’aspetto fisico, isolamento e cambiamenti dell’umore. Con il tempo compaiono comportamenti come controllo ossessivo dell’alimentazione, restrizione o episodi di perdita di controllo.

Quando rivolgersi a uno specialista?
È consigliabile farlo già alla comparsa dei primi segnali persistenti, senza aspettare un peggioramento evidente del rapporto con il cibo o del peso.

Come si parla con una persona che si sospetta abbia un disturbo alimentare?

È bene evitare qualsiasi riferimento diretto al cibo, al peso o all’aspetto fisico, anche quando viene fatto con le migliori intenzioni. Molto più efficace è concentrarsi sul benessere emotivo della persona, restare presenti senza pressioni e lasciare aperto uno spazio di dialogo.

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