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Rinunciare a visite e cure durante la pandemia, molti italiani lo hanno fatto. Ecco cosa dicono le statistiche

Durante il 2020, a seguito dell’emergenza legata al Covid-19 e alle restrizioni imposte a tutti i settori, molti italiani hanno rinunciato a visite specialistiche e altri accertamenti diagnostici. Fruire delle prestazioni sanitarie durante la pandemia non è stato facile, come purtroppo abbiamo già sottolineato parlando dei ritardi nel sistema italiano. Altre due indagini, rispettivamente il Rapporto BES 2020 dell’ISTAT e una ricerca realizzata e presentata a gennaio 2021 da Deloitte, una delle più grandi aziende di revisione a livello mondiale, evidenziano che il nostro Paese ha subito un contraccolpo pesante su questo piano. Vediamo più nel dettaglio cosa è emerso.

1 italiano su 10 ha rinunciato a prestazioni sanitarie

Secondo i dati raccolti dall’ISTAT nel Rapporto BES 2020 – Il benessere equo e sostenibile in Italia, 1 cittadino su 10 ha rinunciato a visite o accertamenti di cui aveva bisogno negli ultimi 12 mesi, a causa di ristrettezze economiche o motivazioni dovute alle caratteristiche dell’offerta: lunghe liste di attesa o difficoltà nel raggiungere i luoghi in cui il servizio sarebbe stato erogato.

In circa la metà dei casi segnalati, si è trattato di un problema riconducibile al Covid-19 e a rinunciare più di frequente sono state le donne, come vediamo dal grafico, in tutte le fasce di età.

visite mediche rimandate grafica

La situazione registrata non è la stessa per tutte le regioni: in alcune (Piemonte, Liguria, Lombardia e Emilia-Romagna), la percentuale di utenti che hanno rinunciato a una visita o accertamento è raddoppiata rispetto all’anno precedente. Il motivo è quasi sempre legato all’emergenza pandemica (58,6% in Lombardia, 57,7% in Liguria, 52,2% in Emilia-Romagna e 48,5% in Piemonte).

Meno posti letto nei reparti a elevata intensità assistenziale

Il Rapporto ISTAT dedica spazio a un tema delicato, che riguarda la capienza degli ospedali sul nostro territorio, un dato particolarmente importante alla luce dell’emergenza ancora in corso. Non si tratta di un processo avvenuto nell’arco degli ultimi 12 mesi, ma già da anni, purtroppo, in Italia c’è stata una riduzione delle strutture e dei posti letto disponibili. Secondo le stime, dal 2010 al 2018, il numero di posti letto è diminuito in media dell’1,8% ogni anno, con una dotazione complessiva (al 2018) di 3,49 posti letto ordinari e in day hospital ogni 1.000 abitanti.

Anche la composizione dei posti per tipologia di reparto è cambiata: sempre tra il 2010 e il 2018, l’Italia è scesa da una quota di posti letto per le specialità di base del 55,6% al 52,6%. Riguardo alle specialità a elevata assistenza (parliamo di cardiochirurgia pediatrica, cardiochirurgia, malattie infettive tropicali, unità spinale, neurochirurgia, psichiatria, nefrologia, emodialisi, neonatologia, neurochirurgia pediatrica), la percentuale è passata dal 24,6% a 25,2%, registrando, quindi, una lieve crescita. Per la terapia intensiva, i posti letto sono aumentati dal 3,6% al 4,3%.

Tuttavia, bisogna sottolineare che, sebbene nei reparti a elevata intensità assistenziale la percentuale di posti letto sia aumentata rispetto a quella degli altri reparti, assumendo quindi maggiore peso all’interno dell’attività ospedaliera, il numero di posti totali è diminuito: se nel 2010 c’erano 3,51 posti ogni 10 mila abitanti, nel 2018 la dotazione è scesa a 3,04.

A livello regionale, i dati 2018 esprimono una grossa differenza, con 4,72 posti letto ogni 10 mila abitanti in Molise, 2,11 e 2,29 in Trentino Alto-Adige, rispettivamente a Trento e a Bolzano.

Esami e visite rimandate: i dati dell’indagine Deloitte

Deloitte ha realizzato una ricerca sulla fruizione delle prestazioni sanitarie, basata su oltre 3.500 interviste effettuate sul territorio nazionale, presentata nei mesi scorsi a Roma durante l’evento Outlook Salute Italia 2021 – Prospettive e sostenibilità del Sistema Sanitario. Lo studio ha messo in luce che gli italiano hanno, nel complesso, un’immagine positiva del sistema sanitario pubblico, che raggiunge in media il valore di sufficienza. Tuttavia, questo dato non deve mettere in secondo piano il fatto che più di un quarto del campione afferma di aver dovuto rinunciare a cure nell’ultimo anno.

Visite cardiopatie covid

Supitnan Pimpisarn/gettyimages.it

I tempi di attesa, che nel corso del 2020 si sono dilatati a causa dell’emergenza, sono un punto critico del sistema: il voto medio dato dagli intervistati è inferiore a 5 per tempi relativi a ricoveri ospedalieri, diagnostica e visite ambulatoriali.

Rinunciare a prestazioni mediche per motivazioni economiche

Le motivazioni che hanno spinto gli italiani a non sottoporsi a visite ed esami diagnostici sono nel 29% dei casi di tipo economico. La percentuale sale nel Sud e nelle Isole, con il 36% e il 40%.

In particolare, visite specialistiche e diagnostica strumentale (come ecografie, radiografie, TAC) registrano un utilizzo maggiore tra le persone con reddito più alto: secondo i dati, negli ultimi tre anni le visite specialistiche sono state effettuate dal 50% di chi dichiara un reddito basso, e dal 60% di chi dichiara un reddito elevato.

Turismo sanitario e spostamenti interregionali

Nell’indagine Deloitte si dedica spazio anche alla questione degli spostamenti per motivi sanitari: negli ultimi tre anni, circa un terzo degli italiani si è spostato dalla propria regione per sottoporsi a visite mediche o a ricoveri. Ciò è avvenuto, soprattutto, per motivazioni legate alla ricerca di una struttura o di medici specifici, all’esigenza di una migliore qualità delle prestazioni, e per via dei tempi di attesa troppo lunghi.

Un paese ancora indietro sulla digitalizzazione

Sebbene per buona parte degli italiani coinvolti nella survey le competenze digitali degli operatori sanitari siano buone (lo pensa circa un terzo del campione), sono percepite inferiori rispetto a quelle di altri settori dal 38%.

telemedicina

dragana991/gettyimages.it

La digital transformation nel settore sanitario, quindi, è ancora limitata, ma i dati rivelano anche come soltanto il 59% della popolazione conosca il fascicolo elettronico. Il 37% campione ha ricevuto un referto medico via e-mail, il 35% ha prenotato online una prestazione sanitaria e soltanto  l’8% ha utilizzato un servizio di telemedicina.

A livello generale, ciò che le due ricerche mettono in luce è che le restrizioni imposte per contenere i contagi, il timore di ammalarsi e la chiusura di molti ambulatori durante il periodo del lockdown ha determinato una situazione in cui i ritardi nell’erogazione delle prestazioni si sono accumulati. D’altro canto, il fattore economico ha pesato sulla cura della salute da parte delle famiglie italiane.

Il campione analizzato dalla ricerca Deloitte ha espresso anche il timore di dover fare ricorso sempre di più alle proprie fonti di finanziamento per accedere alle cure. Sottoporsi a controlli periodici e agli esami raccomandati dal proprio medico, tuttavia, dovrebbe sempre essere tra le priorità, perché sono fondamentali per prevenire molte patologie. In questo senso, può essere utile valutare una soluzione come i Piani Individuali di UniSalute, pensati per andare incontro proprio a queste esigenze, poiché permettono di monitorare una serie di importanti parametri e di confrontarsi con degli specialisti.

 

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Erica Di Cillo
Erica Di Cillo vive e lavora a Bologna e da alcuni anni collabora con diverse testate online. Per il blog InSalute scrive articoli finalizzati a divulgare le buone pratiche di prevenzione e controllo della salute.

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