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Sport e disabilità: l’esperienza delle Paralimpiadi di Eleonora Sarti 

Che lo sport faccia bene, se praticato correttamente e adeguato alle specifiche esigenze di ciascuno, è cosa nota. Non solo a livello fisico ma anche mentale e sociale, e questo vale per chiunque. Eppure, solo nel 1960 – contro il 1896 della prima Olimpiade dell’era moderna ad Atene – si è deciso di istituire in via ufficiale le Paralimpiadi, dedicate agli sport praticati da persone con disabilità.

Secondo la Carta Internazionale per l’educazione e lo Sport, art.1, dell’UNESCO nel 1979, “La pratica dell’educazione fisica e dello sport è un diritto fondamentale per tutti. Ogni essere umano ha il diritto fondamentale di accedere all’educazione fisica e allo sport, che sono indispensabili allo sviluppo della sua personalità”. Infatti, garantire la piena accessibilità e la salvaguardia all’attività sportiva è un tassello importantissimo e imprescindibile nel lungo percorso che ha come obiettivo la piena inclusione e integrazione delle persone con disabilità. Percorso però ancora oggi troppo accidentato, e di questo – oltreché dell’esperienza della Paralimpiade – ne abbiamo parlato con Eleonora Sarti, eccellenza italiana – e internazionale – del Para Archery e dipendente di UniSalute, rientrata da Tokyo con un nuovo record paralimpico.

Sport e disabilità: quando è importante l’attività fisica?

Lo sport per persone con disabilità è una pratica relativamente recente, come abbiamo anticipato. Il primo a rendersi conto dell’importanza per persone con disabilità motorie è stato Ludwig Guttmann, neurologo di fama internazionale cui si deve l’invenzione delle Paralimpiadi. Guttmann, infatti, iniziò a occuparsi dei reduci che, durante il secondo conflitto mondiale, avevano riportato lesioni alla colonna vertebrale, proponendo loro lo sport come metodo di terapia, sia fisica che psicologica. Data fondamentale è il 1948 quando, nel centro di riabilitazione motoria della cittadina inglese Stoke Mandeville, si tennero i primi giochi per atleti disabili, antesignani delle Paralimpiadi.

sport per disabili

vm/gettyimages.it

Come dimostra anche il rapporto ISTAT Conoscere il mondo della disabilità del 2019, l’attività fisica in generale e in particolare il praticare uno sport possono contribuire notevolmente a una diversa percezione di sé, allo sviluppo delle relazioni sociali, nonché a un positivo effetto riabilitativo sulla salute. Stando al rapporto, infatti, il 31% delle persone con limitazioni gravi che praticano sport sono molto soddisfatte delle proprie relazioni sociali, tale quota scende al 16% tra coloro che non praticano sport. Nonostante questi importanti riconoscimenti all’attività sportiva, tuttavia, l’80% delle persone con disabilità è completamente inattivo.

Eleonora Sarti, atleta e campionessa paralimpica: “Lo sport mi ha salvato la vita”

Eleonora Sarti è una delle punte di diamante del Para Archery italiano, con alle spalle importanti riconoscimenti internazionali come il bronzo nel 2013 ai Mondiali di Bangkok di Para Archery nel compound misto con Alberto Simonelli, replicato nel 2015, aggiungendo il bronzo a squadra femminile, o ancora il titolo mondiale a Donaueschingen, in Germania, che le vale il pass per Rio 2016, o la medaglia di bronzo ai Mondiali Indoor di Ankara 2016 fra i ‘normodotati’. Ma questi riconoscimenti sono arrivati dopo che si è da sempre cimentata in diverse discipline sportive, per lei imprescindibili.

“Lo sport mi ha salvato la vita”, inizia a raccontare. “Io non posso pensare a una giornata senza quel pensiero. La mia vita gira attorno allo sport, tutto il resto è accessorio, o utile all’attività sportiva. Ho iniziato fin da piccola: quando sono nata, i medici hanno consigliato a mia madre di farmi praticare nuoto, cosa che ho iniziato a fare quando avevo un anno e mezzo due anni. Da quel momento, non ho mai smesso di fare sport. Lo sport mi ha aiutato tantissimo ad accettare la disabilità, a rendermi serena e a sentirmi parte di qualcosa di grosso, mentre prima ero molto più timida e mi vergognavo. Lo sport mi ha aperto un mondo”.

Accessibilità all’attività sportiva e disabilità: qual è la situazione in Italia?

Tutti quanti hanno diritto quindi a praticare uno sport, e la tutela dei diritti dei delle persone con disabilità passa anche attraverso questa accessibilità. Dagli anni ‘50 del Novecento ad oggi, fortunatamente, la situazione è migliorata e l’attività sportiva per questa categoria di persone è molto diffusa. Come racconta Eleonora, “si sono create nuove opportunità, e ad oggi sono molte le società che hanno formato tecnici per disabili a livello di tantissimi sport. Questo lo si può notare anche dal fatto che alle Paralimpiadi abbiamo partecipato a quasi tutte le discipline sportive: c’è una copertura su quasi la totalità del territorio italiano, su tutti gli sport. Poi, ovviamente bisogna andare a cercare queste realtà, perché non è così semplice come per una persona cosiddetta ‘normodotata’ che può scegliere dove e come praticare quello sport. Noi persone con disabilità dobbiamo muoverci e spostarci. Faccio un esempio: prima io praticavo Basket in carrozzina e in Emilia-Romagna solo Bologna e Piacenza offrivano l’opportunità di praticarlo, mentre adesso anche a Rimini è nata una nuova realtà. Oggi, quindi, per una persona disabile è molto più semplice avvicinarsi allo sport, anche se non ancora a livello dei normodotati. Ma il mondo paralimpico si sta ampliando, e questo è un bene”.

Come ci spiega l’intervistata, a livello sportivo dunque la situazione sta migliorando e, chi lo desidera, può accedere più agevolmente all’attività sportiva. “Il problema è quello dell’accessibilità in generale, che è un discorso ampissimo”, continua l’intervistata. “Prima di rendere accessibile una città, bisogna rendere accessibili le menti delle persone. Ad esempio, io sulla mia pelle sento molto forti gli occhi delle persone, che mi guardano in un determinato modo”.

L’esperienza delle Paralimpiadi, tra Covid-19 ed emozioni

Dal 24 agosto al 5 settembre 2021 si sono tenute le Paralimpiadi di Tokyo 2020, con un anno di ritardo a causa della pandemia da Covid-19 che ha visto l’evento olimpico ritardare.

“Appena ho saputo che le Paralimpiadi sarebbero state posticipate sono andata in crisi, perché comunque tu sei lì a lottare, a fare sacrifici per un evento che poi mi sono vista sfuggire di mano. Dopo la crisi iniziale, però, ho visto questo anno aggiuntivo come un’opportunità di crescita maggiore e una possibilità di imparare ad andare oltre ancora di più agli ostacoli” racconta Sarti. “Sono stata quattro mesi chiusa in casa da sola e dal campo sono stata lontana circa un mese, quando ci sono state le restrizioni più rigide. A livello sportivo siamo stati fortunati, e durante quel mese avevo comprato l’attrezzatura per allenarmi in casa: invece che ai cinquanta metri standard mi allenavo con i due metri in casa disponibili, ma ho cercato di mantenere la concentrazione e l’obiettivo”.

Riguardo alle Paralimpiadi, ci racconta: “è stata una bellissima esperienza. Una Paralimpiade è un evento difficile da spiegare a chi non la vive. È un mondo parallelo, utopico, dove non ci sono sguardi giudicanti o difficoltà, se non quelle sul campo. La parola più giusta è proprio rispetto, sia nei confronti di nazioni diverse che di disabilità, quindi rispetto per la persona in quanto tale”.

Dopo le Paralimpiadi di Rio del 2016, l’atleta ammette di essere arrivata a questa nuova edizione paralimpica con poche aspettative. “In questo momento, sulla carta, ci sono persone più forti di me, poi quando sono arrivata a Tokyo ho visto che le cose andavano bene. Il pensiero di portarmi a casa una medaglia c’è stato, ci speravo e ho lottato fino all’ultimo per raggiungere l’obiettivo. Torno però a casa con un record paralimpico, che rimarrà nella storia e che per altri tre anni, fino a Parigi, nessuno può battere. Così sento di aver scritto anch’io un pezzettino di storia. Purtroppo sono uscita ai quarti con una mia compagna di squadra, mi è dispiaciuto e mi dispiace ancora, ma penso che se non fossi arrabbiata o delusa significherebbe che non ci tengo così tanto. Queste sensazioni sono comunque un’ulteriore spinta per fare qualcosa di meglio dopo, un grande bagaglio di esperienze”.

Come prepararsi per una Paralimpiade: l’importanza dell’aspetto psicologico

Come si prepara un atleta a un evento come quello di una Paralimpiade? “Mi sono preparata sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista mentale con la mia psicologa sportiva. Ho intrapreso anche un percorso anche con un mental coach. Inoltre, ho lavorato con un insegnante di apnea, specialmente sulla respirazione e la meditazione, che sono un punto fondamentale. Perché, come dico, il nostro sport è per oltre il 90% mentale”. Questo a sottolineare come l’attività sportiva in generale non sia soltanto una questione puramente fisica, soprattutto una disciplina come il tiro con l’arco che, come spiega Sarti, insieme alla preparazione fisica e tecnica, gioca un ruolo preponderante la componente mentale, perché all’atleta è richiesto di essere sempre focalizzati senza potersi concedere cali di attenzioni.

“Gli ultimi due mesi, infine, sono stati i più importanti. Sicuramente il fatto di essere riuscita a rimanere a casa dal lavoro mi ha permesso di prepararmi con serenità ed è stato un grande aiuto”.

Sport, disabilità e Paralimpiadi: quanto c’è da fare ancora per migliorare?

Mai come quest’anno l’evento Paralimpico ha avuto una copertura mediatica, ma spesso ci si concentra sulla disabilità in sé, a scapito dei risultati sportivi. “Sono assolutamente contro al fatto che le persone con disabilità vengano dipinti come supereroi”, spiega Sarti, “perché io sono un’atleta come tanti altri. Non è perché io sono nata con una disabilità che allora sono più ‘eroe’ di un’altra persona, ma mi impegno allo stesso identico modo e ho fatto gli stessi sacrifici. Prima di disabilità non se ne parlava ed era un tabù, ora invece si è passati al vedere le persone con disabilità come supereroi. Gli eccessi non sono mai una cosa buona, perché in mezzo c’è tanto. C’è la vita normale delle persone, tutte persone con disabilità che lavorano o studiano. Ad esempio, io lavoro, studio, faccio sport ad alti livelli, cerco di portare avanti una casa, e mi sento una persona normale come qualsiasi altra persona della mia età che fa le stesse cose. La disabilità non mi dà qualcosa in più o in meno. È una caratteristica, come avere i capelli castani o gli occhi azzurri. È una caratteristica mia che sì, in alcuni momenti mi ha fatto soffrire, in altri mi ha dato tante cose in più, aprendomi gli occhi e facendomi essere quella che sono. Ognuno di noi nella vita, indipendentemente dall’essere disabile o meno, vive delle esperienze che ci portano a crescere e a migliorarci. Noi siamo formati da tutto quello che viviamo: io sono stata formata anche dalla mia disabilità, ma non sono solamente la mia disabilità. Sono come tutte le persone ‘normali’ che si impegnano per raggiungere degli obiettivi. Poi, essere descritti per le nostre disabilità e problematiche non è mai una cosa piacevole. È come un biglietto da visita: presentano il nostro problema, ma io sono Eleonora, sono una persona, un’atleta, e invece vengo descritta per la mia disabilità. Preferisco essere descritta per i risultati che ho ottenuto e che spero ancora di ottenere invece che per la mia disabilità”.

paralimpiadi

Viktorcvetkovic/gettyimages.it

Sarti si augura quindi che, questo ampliamento del mondo paralimpico prosegua, ma l’obiettivo è ‘normalizzare’ l’attività sportiva per persone con disabilità. “Se si riuscisse a rendere la disabilità una cosa normale, a diretto contatto di tutti, e quindi qualcosa di accessibile, allora a quel punto cambieranno le cose. Ma se la si rende inaccessibile prima non parlandone, poi parlandone in maniera esagerata, non si renderà mai accessibile nulla”.

Lo sport come percorso di crescita personale

La vita di Eleonora ruota quindi attorno allo sport e al tiro con l’arco, senza il quale non sarebbe la persona che è e che le ha regalato grandissime soddisfazioni. Per lei, il primo grande momento è stato nel 2015, quando “mi sono posta come obiettivo di vincere il Mondiale e di portare a casa il pass per partecipare a Rio, le prime Paralimpiadi cui ho partecipato. Ce l’ho fatta, e quella per me è stata la più grande soddisfazione. Al pari di un altro momento, perché dopo Rio ho avuto una delusione grandissima per il risultato alle Paralimpiadi: non ho gestito bene l’aspettativa a livello mentale, ed è infatti dopo Rio che ho deciso di intraprendere un percorso con un mental coach. Si tratta del 2019, quando ho partecipato ai Mondiali, la prima occasione per prendere la carta per Tokyo 2020. Mi sono detta che, se avessi preso la carta, avrei continuato a gareggiare, altrimenti ci avrei pensato, quindi quando sono riuscita a ottenere il pass è stato un altro momento al pari di emozione come vincere i Mondiali”.

Dopo Tokyo 2020, c’è da pensare ai prossimi Mondiali che si terranno nel 2022 a Dubai e alle Paralimpiadi di Parigi del 2024: “Vorrei portarmi a casa quello che ho lasciato a Tokyo. Una volta qualificata, vorrei prendermi la rivincita da tutto e poi godermela, tornare a casa tranquilla e felice, indipendentemente dal risultato. Perché io credo che la cosa più bella, oltre le medaglie, sia proprio il percorso che tu fai per raggiungere quell’evento. Se lungo la strada non arrivano le medaglie, ma tu hai dato tutto e sei circondato da persone di fiducia, va bene. Io mi auguro questo, di portare a casa, oltre alle medaglie materiali, che posso toccare con mano, altre ‘medaglie’ e di continuare a crescere”, conclude Eleonora, a cui facciamo un grande in bocca al lupo.

Alessia Rossi
Emiliana Doc, si occupa di scrittura in ambito comunicativo ed editoriale. Per il blog InSalute scrive articoli sul tema della prevenzione e il controllo della salute.

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