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Coronavirus: cosa significa comportarsi responsabilmente e perché è così importante? Intervista al dott. Alessandro D’Errico

In questi giorni, la situazione legata alla diffusione del COVID-19 in Italia si è evoluta rapidamente, costringendo le istituzioni a prendere misure restrittive per cercare di rompere la catena del contagio. Soprattutto, per evitare che il virus colpisca le fasce più a rischio della popolazione, ossia quelle persone che potrebbero incorrere in complicanze potenzialmente mortali. In questo articolo, ci concentriamo proprio sugli ultimi sviluppi: per farlo abbiamo intervistato il dott. Alessandro D’Errico, che in UniSalute è responsabile del Network Fornitori e Coordinamento Medico.

 

Dottor D’Errico, nei giorni scorsi abbiamo visto le immagini di studenti e lavoratori in fuga da Milano verso le regioni del Sud. A quali rischi ci ha esposto un comportamento del genere?

Alessandro D’Errico: “Il decreto del 9 marzo, sostanzialmente, ha stabilito un’enorme zona rossa, o meglio una zona arancione su tutto il territorio nazionale. Per cui, queste fughe si sono rivelate un po’ prive di significato, laddove non motivate da reali necessità. Se ci concentriamo sulle zone maggiormente interessate dall’epidemia, vediamo che sono Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, ossia, quelle definite più “virtuose” dal punto di vista della sanità pubblica, che si sta facendo carico delle persone positive al COVID-19. Emblematica è, in questo senso, anche l’intervista della presidente della Regione Calabria, Santelli, la quale ha dichiarato pubblicamente che, nella sua regione, il numero complessivo di posti in rianimazione supera di poco le cento unità. È evidente che lo svilupparsi di un focolaio epidemico in alcune regioni del sud Italia della stessa portata – o simile – a quella che si è creata al Nord, potrebbe mettere in seria difficoltà i colleghi del sistema sanitario, che si devono fare carico della cura di tutti i pazienti.”.

 

Le misure di contenimento e i provvedimenti adottati dall’Italia, che il 9 marzo hanno identificato un’unica “zona rossa”, sono adeguati per affrontare il rischio attuale?

A.D.: “Le misure in questo momento sono indispensabili. Limitare gli spostamenti, insieme alla corretta igiene delle mani, alla drastica diminuzione dei contatti interpersonali ritengo siano azioni fondamentali per combattere il contagio. Forse, per molti è difficile poter pensare che ognuno possa fare effettivamente e concretamente la sua parte in questa direzione, ma è proprio così. Le disposizioni possono essere prese come limitazione della libertà personale, ma in realtà, se andiamo a vedere nel concreto la situazione che si è verificata ultimamente, non possiamo farne a meno. Soprattutto, per limitare lo svilupparsi di ulteriori contagi. In questi giorni si parla tanto di responsabilizzazione, penso che sia la parola giusta. E ognuno di noi si deve rendere conto che, nel suo piccolo, può fare – e deve fare – quello che viene richiesto nell’ottica di un bene comune più ampio. Perché assumere certi comportamenti come se si vivesse in un altro contesto storico è veramente pericoloso. È a rischio sì la salute del singolo, ma anche quella di tutte le persone con cui si viene a contatto”.

Lavare le mani


Adottando queste misure, è possibile fare delle previsioni su quando potremo vedere dei miglioramenti?

A.D.: “Credo che ad aprile ci sarà una chiave di volta della situazione. Si comincerà a capire se siamo stati “bravi” e si vedranno i primi effetti, in un senso o nell’altro, di quella che può essere l’evoluzione dell’epidemia. Per cui, o assisteremo concretamente a una riduzione dei nuovi contagi e a un aumento delle risposte positive delle guarigioni, oppure c’è il rischio contrario che il trend continui a peggiorare. Questo, tuttavia, come ho detto lo si vedrà soltanto i primi giorni di aprile. Per ora, siamo un Paese in crescita rispetto ai decessi e ai nuovi contagi di COVID-19, anche se di pari passo c’è anche l’aumento dei casi di guarigione, ed è importante sottolinearlo”.

 

II virus, si è detto più volte, mette a rischio soprattutto la salute dei “soggetti immunodepressi”. Perché sono più a rischio? Cosa si intende esattamente con l’espressione “immunodepressione”?

A.D.: “È importante dirlo: è messa a rischio la salute di tutti i soggetti, indistintamente. I soggetti immunodepressi, invece, sono a rischio di vita. Mi spiego: stiamo parlando di un virus particolarmente aggressivo, rispetto agli altri a cui siamo abituati, come quello influenzale. Quindi, espone a forti rischi anche soggetti di età giovane-adulta: non sono pochi i casi di trentenni o quarantenni in rianimazione. Come per il paziente 1: come sappiamo si tratta di un trentottenne che ha cominciato a respirare autonomamente soltanto dopo un lungo ricovero. Questo a riprova che colpisce tutti.

Purtroppo, i soggetti immunodepressi sono quelli che rischiano maggiormente. Sono persone oltre una certa età, quindi caratterizzati da un sistema immunitario – che ha il compito di gestire le infezioni – indebolito non solo dall’età ma anche da comorbilità, ossia da patologie concomitanti che possono essere di vario tipo, dal diabete ai disturbi cardiaci preesistenti. Quindi, indubbiamente fanno più fatica ad attivare le risposte immunitarie che in un giovane si attivano invece più facilmente. Sembrano particolarmente poco colpiti – se non per nulla – i bambini. Non nel senso che non si ammalano, ma nel senso che hanno manifestazioni cliniche molto più basse. Tuttavia, le scuole sono state chiuse proprio per ridurre al minimo il rischio di contagio, perché comunque è più facile che, quando il bambino torna a casa, trasmetta il virus ai genitori o ai nonni.”.

 

Cosa deve sapere chi in questo momento sta affrontando una gravidanza? Il Coronavirus potrebbe mettere a repentaglio la salute del feto? Ci sono dei comportamenti specifici da adottare, in questa particolare circostanza?

A.D.: “Ad oggi, rispondere a queste domande è molto difficile. Perché i soggetti contagiati in stato di gravidanza sono pochi, quindi non è possibile definire un’evoluzione della patologia rispetto ai casi riscontrati. È indubbio che, da questo punto di vista, per tante modifiche che avvengono durante la gravidanza, le donne in questa condizione possono essere ritenute a un rischio più elevato, quanto meno come potenziali complicanze. Per quanto riguarda i comportamenti, non ci sono delle precauzioni ulteriori o diverse da quelle che sono state emanate, che sono comprensive di tutte le fasce d’età e di categorie di soggetti”.

Aglio in gravidanza

 

Come deve comportarsi chi è entrato in contatto con una persona infettata dal virus?

A.D.: “Il primo dato da tenere in considerazione è un dato di tipo sintomatologico, cioè se è presente o meno un rialzo febbrile e sintomi respiratori. In particolare, la tosse che è caratteristica di questo virus è “non produttiva”, cosiddetta tosse secca. Di fronte a un quadro del genere, l’iter da seguire, nel caso in cui la situazione sintomatologica compaia e persista per più di uno o due giorni, è di contattare i numeri messi a disposizione dal Ministero della Salute o il proprio medico curante. Quest’ultimo cercherà di capire insieme all’interessato se possono esserci stati, dal punto di vista anamnestico, dei contatti con soggetti infetti e/o con persone che vengono dalle zone ritenute a rischio. Questo secondo aspetto mi permette di dire che non è dirimente, perché la caratteristica di questo virus rende alcuni soggetti che potrebbero essere dei portatori sani non sintomatici. Quindi, io potrei essere venuto a contatto con una persona infetta senza saperlo, ma senza che la persona infetta lo sappia”.

 

Il test del tampone viene fatto a chiunque avverta dei sintomi riconducibili a quelli del Covid-19? Cosa fare se una persona vicina a noi, non sottoposta a tampone (e quindi senza una diagnosi), in presenza di sintomi sospetti viene posta in quarantena preventiva?

A.D.: “Adesso, il tampone è fatto a persone selezionate, che presentano sintomi importanti. Per quanto riguarda il modo in cui comportarci con le persone a noi vicine in quarantena preventiva, non bisogna “abbandonarle”. La quarantena implica che questa persona debba necessariamente sottrarsi a qualsiasi contatto sociale, ma ha comunque delle necessità, come, ad esempio, fare la spesa: e, in questo caso, è consigliabile aiutarla ma lasciare la spesa fuori dalla porta. La quarantena, infatti, vuol dire isolamento sociale, quindi occorre evitare in qualsiasi modo contatti diretti. Per quanto riguarda le persone più vicine ai soggetti in quarantena, di solito le indicazioni vengono date dal medico curante, e sono solo i primi contatti a venire isolati. Bisogna tuttavia prestare un’attenzione in più alle possibili complicazioni del proprio stato di salute e mettersi sul chi va là nel caso in cui compaiano febbre, tosse o sintomi respiratori”.

 

In questi giorni si sta parlando molto di terapia intensiva, ma come funziona esattamente?

A.D.: “Sono casi selezionati e che presentano nella maggior parte una manifestazione molto grave dei sintomi respiratori. Questo nuovo coronavirus dà – o può dare – un’infezione polmonare importante. I sintomi respiratori possono variare in maniera repentina e improvvisa, da “semplice” difficoltà respiratoria o polmonite a un quadro di vera e propria insufficienza respiratoria. Ma cosa vuol dire nel concreto? Che i polmoni non sono più in grado di garantire in maniera autonoma un adeguato scambio aereo, e quindi cade fondamentalmente la pressione di ossigeno all’interno del sangue. Il compito della rianimazione è di assicurare in maniera meccanica ed esterna che la ventilazione prosegua. La persona viene intubata, collegata a dei respiratori meccanici, che garantiscono che il polmone possa funzionare in maniera sufficiente con l’ossigenazione del sangue”.

Tornando al tema delle “buone pratiche da seguire”, del ruolo che ognuno di noi ha in questa “battaglia” e dell’importanza di tenere sotto controllo il “panico da coronavirus”, quali consigli possiamo dare ai lettore del nostro blog?

A.D.: Lo stato d’ansia creato da questa situazione può essere eccessivo o dirompente, e molto spesso può farci perdere di vista anche le indicazioni e le precauzioni che sono state così chiaramente indicate da più parti. Per cui – e non lo dico con atteggiamento puramente ottimistico – in questo momento è chiesto a tutti di fare una cosa molto semplice: rallentare. Rallentare rispetto allo stile di vita a cui siamo abituati, alle nostre abitudine più o meno frenetiche, al lavoro, agli impegni socio-relazionali. Questo rallentare può avere anche un aspetto positivo, perché ci possiamo rendere conto di tante cose che fino a questo momento davamo per scontato e che la paura non ci ha permesso di considerare. L’indicazione di rimanere chiusi in casa può essere anche un momento per riscoprire il proprio nucleo familiare. L’intento non vuole essere semplicemente rassicurante ma mi permetto di dare un semplice suggerimento: questa è la condizione in cui siamo costretti a vivere ora, per cause di forza maggiore; oltretutto, la paura abbassa le difese immunitarie e anche per questo è importante vivere un momento così delicato seguendo tutte le precauzioni che ci vengono indicate ma con maggiore serenità”.


A questo proposito, abbiamo affrontato l’argomento della
gestione del panico di fronte al nuovo Coronavirus in un altro articolo, in cui lo stesso Consiglio Nazionale degli Ordini degli Psicologi suggerisce di agire tutti con maggiore lucidità, in modo informato e responsabile, e di aiutarsi reciprocamente a farlo per una migliore prevenzione collettiva.

Alessia Rossi
Emiliana Doc, si occupa di scrittura in ambito comunicativo ed editoriale. Per il blog InSalute scrive articoli sul tema della prevenzione e il controllo della salute.

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