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Alzheimer ricerca

Alzheimer: a che punto è la ricerca?

Più di un milione di italiani soffre di una forma di demenza e, tra di essi, una percentuale compresa tra il 60 e l’80% contrae il morbo di Alzheimer, che viene perciò definita come la più comune. Secondo una ricerca Censis-Aima, nel 2016 erano 600.000 i malati, supportati nella maggior parte dei casi dalle famiglie o dall’assistenza domiciliare.

Genericamente si definisce il morbo di Alzheimer come una perdita di memoria e di capacità intellettuali tale da impattare concretamente nella vita quotidiana, tuttavia si tratta di una patologia neurologica molto più complessa. Vediamo, dunque quali sono i sintomi, che strategie di prevenzione vengono impiegate e quali novità provengono dalla ricerca sull’Alzheimer.

Che cos’è il morbo di Alzheimer?

Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurologica degenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale, nella maggior parte dei casi, dopo i 65 anni, in età dunque senile. È bene sottolineare che non si tratta di una normale caratteristica dell’invecchiamento, ma di una vera e propria malattia, rispetto cui l’età è uno dei fattori di rischio, probabilmente fondamentale, ma non il solo.

L’origine della malattia è tuttora un mistero, anche se uno studio della Fondazione IRCCS Santa Lucia, del Cnr di Roma e dell’università Campus Bio-Medico, pubblicato sulla rivista Nature Communications nell’aprile 2017, ha svelato un’importante scoperta scientifica in questo campo. I ricercatori coinvolti, infatti, hanno svolto un’accurata analisi morfologica del cervello e hanno capito che la radice della malattia non va cercata nell’ippocampo, responsabile della memoria, ma nella parte di cervello che produce la dopamina. Di fatto, se questa sezione muore, i neurotrasmettitori non funzionano più. La perdita della memoria, quindi, non dipenderebbe dalla morte delle cellule dell’ippocampo, ma dalla degenerazione di quelle che producono il preziosissimo neurotrasmettitore.

Sintomi e fattori di rischio

Alzheimer anziano

Oltre alla perdita di memoria, anche in riferimento a eventi molto recenti, i sintomi più precoci della malattia riguardano cambiamenti del tono dell’umore. In uno stadio più avanzato della malattia, invece, possono comparire anche:

  • Afasia
  • Confusione con tempi e luoghi
  • Problemi con le parole, parlando o scrivendo
  • Ridotta o scarsa capacità di giudizio
  • Disorientamento
  • Depressione
  • Incapacità di prendersi cura di sé
  • Problemi di comportamento.

Dal momento che l’origine della malattia non è chiara, anche l’individuazione dei fattori di rischio non è semplice. Sicuramente, come abbiamo anticipato, l’età ha un ruolo: la maggior parte dei casi, infatti, emerge dopo i 60 anni, mentre sono molto rari i pazienti in cui viene registrata un’insorgenza anticipata. Alcuni studi suggeriscono che vi sia anche una componente genetica e di familiarità, oppure che la malattia sia in qualche modo legata a traumi, depressione o ipertensione.

Esiste una cura per l’Alzheimer?

Alzheimer cura

La complessità della malattia e i molti nodi irrisolti riguardo alla sua origine fanno sì che, ad oggi, non esista una vera e propria cura per l’Alzheimer, mentre si tende ad agire sui sintomi, provando così ad arginarne il decorso. Il fatto che si tratti di una patologia così diffusa e invalidante, però, rende cruciale la necessità di investire nella ricerca in quest’ambito. Gli scienziati sono concentrati, in particolare, su tre fronti:

  • individuare un modo per fermare o rallentare il decorso della malattia;
  • identificare con precisione i fattori di rischio;
  • migliorare la capacità di diagnosticare la patologia nelle primissime fasi.

Oltre all’interessante studio riguardo all’origine della malattia di cui vi abbiamo accennato in precedenza, un’equipe di ricerca dell’Istituto Superiore della Sanità ha avanzato un’interessante ipotesi: infatti, ha riscontrato come una tossina prodotta da Escherichia Coli, ovvero il fattore citotossico necrotizzante (una tossina batterica che agisce all’interno della cellula e viene denominata, in breve, CNF1), faccia scomparire, nei topi, i sintomi infiammatori dalla base della malattia. Il CNF1, scoperto nel 1983, ha la preziosa caratteristica di favorire la plasticità cerebrale e proteggere le cellule dai processi degenerativi, elementi che lo rendono potenzialmente molto prezioso per contrastare malattie come l’Alzheimer.

Ricerca sull’Alzheimer: come prevenire la malattia

Molto incoraggianti sono anche i risultati di alcune ricerche che mirano ad individuare strategie di prevenzione dell’Alzheimer. Mantenere uno stile di vita sano, infatti, sembra essere un fattore chiave per supportare il nostro cervello, conservandone le cellule.

Dieta mediterranea

Prevenire Alzheimer dieta

Uno dei numerosi studi condotti sul tema dalla Columbia University di New York, pubblicato sulla rivista Neurology, ha analizzato le abitudini alimentari di 1.219 persone con più di 65 anni di età, con l’obiettivo di misurare il livello della proteina beta-amiloide (che, in un anziano sano, dovrebbe essere basso). I ricercatori hanno osservato che un alto apporto di omega-3 nella dieta, tramite insalata, pesce, frutta, carne di pollo, e altri smart food, mantiene bassa la quantità della proteina presente nell’organismo, confermando di fatto che una dieta ricca di questi alimenti, come quella mediterranea, può prevenire i primi sintomi della demenza che possono sfociare nell’Alzheimer.

Correre e fare movimento

Prevenire Alzheimer sport

I ricercatori della University of Pittsburgh in Pennsylvania hanno, invece, studiato il rapporto tra l’Alzheimer e l’attività fisica. In particolare, è stato dimostrato che correre fa bene al cervello: riduce i danni cerebrali, consente di apprendere più velocemente e stimola la produzione di nuove cellule dell’ippocampo.

È stato osservato che i soggetti che corrono circa 8/10 chilometri a settimana hanno un volume cerebrale maggiore, a parità di altri fattori, rispetto a chi ha una vita sedentaria. Non è necessario trasformarsi in podisti, ma seguire alcuni accorgimenti quotidiani, come fare sempre le scale a piedi o preferire la camminata all’auto per fare tratti brevi di strada, possono fare la differenza.

Compagnia e assistenza

Assistenza anziani

Infine, la ricerca sull’Alzheimer sottolinea come sia importante mantenere forti legami personali, affettivi e sociali per prevenire l’insorgenza della malattia. Ciò può essere determinato dal fatto che stimolare la mente mantiene più vive e attive le cellule cerebrali. Pertanto è davvero fondamentale proteggere i nostri cari a mano che si avvicina la Terza età e all’insorgere della malattia, facendo in modo che non si isolino e rimangano attivi.

L’assistenza alle persone colpite da Alzheimer si svolge prevalentemente in casa. In Italia, secondo i dati raccolti dal Censis, nella metà dei casi sono i figli ad occuparsi del malato, mentre il 38% delle famiglie ricorre ad una badante e crescono le situazioni in cui è il coniuge a prendersi cura in casa della situazione (il 37% nel 2015, soprattutto donne). La sanità integrativa riveste un ruolo concreto e utile in queste circostanze, permettendo di prendersi cura dei propri cari attraverso un servizio di assistenza domiciliare: ecco perché stipulare una polizza come quella per Over65 proposta da UniSalute può trasformarsi in un vero e proprio sostegno in una fase di criticità.

Un supporto puntuale e professionale, uno stile di vita attento e sano, il progredire della ricerca sull’Alzheimer sono fattori che si rafforzano a vicenda, consentendoci di guardare al futuro con più serenità e fiducia. Ci sono, al proposito, altri aspetti che vorreste approfondire?

Angela Caporale
Friulana trapiantata a Bologna, dove lavora nel campo del giornalismo e della comunicazione. Per UniSalute scrive articoli di approfondimento su temi trasversali legati alla salute, al benessere e alla prevenzione.

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