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Aggressività nei malati di Alzheimer, come gestirla e prevenirla: intervista al Professore Giovanni B. Frisoni

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa complessa che segna e coinvolge, a volte in modo totalizzante, i familiari e le persone che si occupano della cura del paziente.

L’assistenza al malato può rivelarsi ulteriormente complicata e difficile da gestire se pensiamo che le persone con questa patologia – che, secondo l’associazione italiana Airalzh, in Italia coinvolge più di 600 mila persone – spesso tendono a  manifestare dei comportamenti aggressivi proprio nei confronti di chi li assiste e li supporta quotidianamente.

Ma da cosa sono causati comportamenti di questo tipo? Si tratta di una conseguenza diretta della malattia, oppure sono altri i fattori scatenanti? Per rispondere a queste domande e capire se c’è un modo per prevenire l’aggressività nei malati di Alzheimer, abbiamo deciso di parlarne con Giovanni B. Frisoni, Professore di Neuroscienze Cliniche all’Università di Ginevra, Direttore della Clinica della Memoria presso gli Ospedali Universitari di Ginevra e consulente dell’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia.

Come si manifesta l’aggressività nei malati di Alzheimer?

Una delle prime domande che ci si pone quando si parla di aggressività nei malati di Alzheimer riguarda la natura di tali comportamenti. “Generalmente si tratta di un’aggressività di tipo verbale. I casi di aggressività fisica, sebbene esistano, sono infatti abbastanza rari”, spiega il Professor Frisoni. “Il paziente tende ad arrabbiarsi, tenere il muso, insultare o fare uso di parolacce: questi sono gli atteggiamenti che si manifestano più di frequente, e che spesso la persona non ha mai avuto prima. Gli episodi di aggressività fisica, invece, quando si verificano, di solito sono il risultato di un escalation di aggressività di tipo verbale”, specifica il medico.

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Aggressività nei malati di Alzheimer: da cosa è provocata

Si potrebbe pensare che questa aggressività sia una conseguenza del morbo di Alzheimer stesso, ma la maggior parte delle volte non è affatto così. “La peculiarità di questi scatti d’ira è che nel 99 per cento dei casi sono scatenati dal familiare”, dichiara Frisoni. Chi si prende cura del malato, dunque, pur agendo in buona fede e nella convinzione di comportarsi in modo corretto, può inavvertitamente adottare un modo di fare che tende a irritarlo e infastidirlo, generando, così, gli atteggiamenti violenti.

“Se viene lasciato tranquillo, quindi non viene sottoposto a richieste che non capisce o che non riesce a soddisfare, il paziente è sereno. Se gli viene domandato di svolgere dei compiti che non è in grado di eseguire, viene rimproverato per non essere riuscito a portarli a termine o per per averli eseguiti nel modo sbagliato, invece, potrebbe scatenarsi la rabbia”, specifica il Professore.

Ciò che va evidenziato, dunque, è che la malattia di per sé non è quasi mai responsabile dell’aggressività, e che di solito quest’ultima è di tipo secondario. Inoltre, come sottolinea il medico, “essa non si manifesta necessariamente in tutti i pazienti con Alzheimer, ma molto dipende dalla personalità del soggetto”.

Aggressività di tipo primario e secondario: le differenze

Per comprendere meglio le cause che possono scatenare la rabbia nei malati di Alzheimer è importante distinguere tra aggressività di tipo primario e secondario. “Esistono infatti anche situazioni in cui è la malattia stessa a provocare questi episodi, ma sono davvero eccezionali. In questi casi si parla di aggressività primaria, e deriva dal fatto che la topografia delle lesioni determinate dalla neuropatologia colpisce soprattutto le regioni frontali”. In situazioni come queste può quindi verificarsi un’aggressività primaria, dunque dovuta alla malattia, che tende comunque a manifestarsi in modo verbale.

“Di solito, invece, le lesioni interessano primariamente le regioni parietali e parieto temporali, e solo più tardi quelle frontali”, spiega Frisoni.

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L’aggressività secondaria, al contrario, nasce dal fatto che “il paziente non riesce più a fare le cose come dovrebbe e vorrebbe, e che spesso c’è qualcuno che lo rimprovera per questo”, afferma il medico. Frisoni spiega che il paziente reagisce a questa situazione proprio come farebbe ognuno di noi, quindi anche chi gode di una piena salute mentale, ossia esprimendo la propria rabbia.

“Un’altra differenza che distingue le persone con aggressività primaria da quelle con aggressività secondaria è che le seconde tendono a mostrarsi tranquille e remissive quando vengono portate dal medico, perché i familiari lamentano episodi di irascibilità nei loro confronti. Le prime, invece, sono molto difficili da gestire e spesso è impossibile riuscire a portarle in uno studio medico”, aggiunge il Professore.

Come prevenire l’aggressività nei malati di Alzheimer?

Frisoni spiega che esistono due approcci per prevenire gli episodi di aggressività: quello farmacologico e quello psicoeducazionale. “Ancora oggi, purtroppo, capita che vengano usati i farmaci in prima istanza, ma si tratta di una scelta corretta solo in caso di aggressività primaria. Quando l’aggressività è di tipo secondario la prima scelta è l’approccio psicoeducazionale”, dichiara. Questo significa lavorare sul familiare, in quanto deve capire qual è l’atteggiamento più adeguato con cui rapportarsi al paziente.

“Grazie al metodo psicoeducazionale, il parente o chi si occupa dell’assistenza può comprendere come avvicinarsi correttamente al malato di Alzheimer, e cioè mettendosi in una prospettiva di sostegno, aiuto e rassicurazione nei suoi confronti”, dichiara il Professore. Di fronte ai fallimenti del soggetto, secondo il medico, il familiare dovrebbe quindi fornire risposte come “non preoccuparti”, “può succedere a tutti”, e

minimizzare l’accaduto con affermazioni del tipo “a volte succede anche a me”. Molto importante è anche trasmettere sicurezza usando frasi come, ad esempio, “facciamolo insieme”, “ti do una mano”, abbandonando l’approccio rimproverante.

Questo non significa che, in caso di aggressività secondaria, i farmaci siano sempre da evitare. “Ci sono situazioni in cui possono fornire un supporto ulteriore. Se la psicoeducazione da sola non è sufficiente, il farmaco è in grado di aiutare, ma deve essere di una categoria ben tollerata dagli anziani e a basso dosaggio”, precisa Frisoni.

L’importanza di un sostegno per i familiari dei pazienti con Alzheimer

Dalle parole del Professore, dunque, emerge chiaramente l’importanza di affidarsi a professionisti preparati, che siano in grado di insegnare ai parenti e caregiver come approcciarsi ai pazienti con demenza in modo adeguato.

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“È fondamentale rivolgersi a psicologi formati nel sostegno psicoterapeutico di familiari che assistono malati di Alzheimer. Chi si occupa del paziente, infatti, si trova spesso in una situazione di grave difficoltà. Alle problematiche fisiche – spesso a occuparsi del paziente è il coniuge, talvolta più anziano d’età e anch’egli con disturbi di salute – si aggiungono quelle relazionali. Dopo tanti anni in cui ha instaurato un determinato rapporto, infatti, al familiare viene chiesto di cambiare registro relazionale con la persona assistita. Pensiamo ad esempio a una donna che si è sempre affidata al marito in tutto e per tutto e che, improvvisamente, deve porsi in una prospettiva materna e d’aiuto al coniuge: è un cambiamento difficile da compiere da soli, per questo bisogna essere aiutati. Presso la Clinica della Memoria degli Ospedali Universitari di Ginevra, ad esempio, abbiamo uno specifico programma di sostegno al familiare, gestito da una psicoterapeuta esperta, che ha proprio l’obiettivo di supportare parenti e caregiver in questo percorso”, spiega il medico.

Il Professor Frisoni, inoltre, consiglia ai parenti che assistono un paziente con Alzheimer di entrare in una prospettiva in cui i fallimenti del paziente, in termini cognitivi e di attività pratiche, non sono frutto di dolo ma della malattia. È importante capire che la persona non si comporta così appositamente, ma perché non riesce a fare meglio. Capisco che non sia facile farlo per chi vive la situazione in prima persona; proprio per questo, ancora una volta, è fondamentale affidarsi a dei professionisti per affrontare la situazione nel migliore dei modi”.

Proteggere e occuparsi dei nostri cari quando si avvicina la Terza età, quindi, è fondamentale e, come abbiamo visto, in caso dell’insorgere della malattia è tutt’altro che semplice. La sanità integrativa riveste un ruolo concreto e utile in queste circostanze, permettendo di prendersi cura di loro attraverso un servizio di assistenza domiciliare: ecco perché stipulare una polizza come Assistenza Domiciliare Over65 proposta da UniSalute può trasformarsi in un vero e proprio sostegno in una fase di criticità.

Conoscevate le cause e le soluzioni per contrastare l’aggressività nelle persone malate di Alzheimer?

Mara D'Angeli
Riminese, lavora nel campo della comunicazione e della scrittura. Per il blog InSalute, si occupa di approfondimenti legati a benessere, prevenzione e salute dei bambini.

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