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bambino che fa i compiti

La dislessia è una vera e propria malattia? E come riconoscerla?

Secondo le stime dell’Associazione Italiana Dislessia (AID), in Italia, in ogni classe, è presente almeno un alunno con DSA, una sigla che identifica tutti quei disturbi del neurosviluppo riguardanti la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e che si manifestano nei primi anni della scolarizzazione. Tra i vari disturbi, la dislessia è senz’altro il più comune. Nonostante ciò, in Italia questo termine è ancora sconosciuto alla maggior parte delle famiglie: a dimostrarlo sarebbe il fatto che meno della metà degli studenti con DSA (che in Italia si stimano attorno al 3-5%, sempre secondo l’AID) abbiano ricevuto una corretta diagnosi.

La questione dell’apprendimento dei bambini è giustamente un argomento che preoccupa genitori ed educatori: scopriamo insieme come si riconosce e quali sono i sintomi della dislessia e, soprattutto, se esistono strategie efficaci per affrontarla.

dislessia

HRAUN/istock.com

Dislessia: che cos’è questo disturbo?

“Perché mio figlio non sa leggere?”: molti genitori si pongono questa domanda e spesso, di fronte alla evidenti difficoltà del proprio figlio ad apprendere processi “semplici” e automatici come quelli della lettura di un testo, scatta subito in loro l’allarme che fa temere qualcosa di grave, come una disabilità intellettiva. Secondo l’Associazione Italiana Dislessia, nella maggior parte dei casi la risposta sarebbe proprio da ricercare in uno dei disturbi DSA (Disturbi Evolutivi Specifici di Apprendimento) che comprendono: dislessia (difficoltà nella lettura), disortografia e disgrafia (difficoltà nella scrittura) e discalculia (difficoltà nel calcolo). Tutti questi disturbi hanno due caratteristiche fondamentali:

  • la specificità – riguardano in maniera esclusiva solo alcuni processi dell’apprendimento, ossia tutti quegli automatismi che dovrebbero svilupparsi naturalmente durante il percorso scolastico;
  • la comorbilità – significa che questi disturbi possono comparire anche contemporaneamente nello stesso individuo, oltre che isolatamente.

Come abbiamo già ricordato, la dislessia è il disturbo più diffuso, ed è per questo che spesso si tende a utilizzare questo termine per indicare anche gli altri DSA. Si tratta, invece, di una condizione specifica che, secondo l’International Dyslexia Association, consiste in una “disabilità dell’apprendimento di origine neurobiologica”, caratterizzata dalla “difficoltà a effettuare una lettura accurata e/o fluente e da scarse abilità nella scrittura (ortografia)”. Un’altra definizione ci è fornita dalle linee guida nate dalla Legge 170/10 che tutela gli studenti con DSA.Q qui viene descritta nella sua manifestazione pratica, come “una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta rispetto a quanto atteso per età anagrafica, classe frequentata, istruzione ricevuta”.

bambino che scrive su un quaderno

U. J. Alexander/istock.com

La dislessia è una malattia?

La preoccupazione condivisa da moltissimi genitori di fronte a questo disturbo è il fatto che possa trattarsi di una malattia. Gli esperti, però, rassicurano rispondendo che non è corretto parlare di patologia, quanto piuttosto di una neurodiversità: si tratta, quindi, di uno sviluppo neurologico atipico, che non determinerebbe una disabilità in per sé e per sé, ma soltanto – ed esclusivamente – all’interno dell’ambiente sociale in cui si manifesta. Perciò, la dislessia non è un sintomo di un più profondo deficit cognitivo o di problemi ambientali e psicologici, come traumi o blocchi emotivi: il bambino dislessico ha una mente produttiva e creativa, con un’intelligenza nella norma, e sa leggere e scrivere, ma per farlo deve impegnare tutte le sue energie, perché in lui il processo non diventa automatico col passare del tempo.

Quali sono le cause della dislessia?

Purtroppo, non esiste ancora una risposta certa riguardo alle cause di questi disturbi. L’ipotesi più accreditata è che la dislessia sia causata da una disfunzione di processamento fonologico, quindi di quei circuiti neuronali impiegati nella lettura: la più grande difficoltà dei dislessici consisterebbe all’incapacità di rappresentare mentalmente le parole e i suoni, e a scomporre le parole in suoni distinti. Secondo altri studi condotti al MIT di Boston, invece, i bambini dislessici riescono a identificare meglio le lettere ai margini di una riga, mentre i normo-lettori quelli al centro. Ciò significa che hanno una migliore visione periferica e sono in grado di cogliere al volo l’insieme di un’immagine, cogliendo tutti i dettagli ai margini del campo visivo che agli altri sfuggono.

bambino che impara a scrivere i numeri

Tolola/istock.com

Dislessia evolutiva: i possibili fattori di rischio nell’età 3-5 anni

Riconoscere ed effettuare una corretta diagnosi non è semplice, proprio perché la dislessia si sviluppa in maniera differente da persona a persona e si presenta quasi sempre associata alle altre forme di DSA. Inoltre, si tratta di un “disturbo evolutivo”, definizione con cui s’intende che inizia a manifestarsi e può essere riconosciuta in età evolutiva, quindi già dall’infanzia: per queste ragioni, una diagnosi può essere effettuata solo a partire dalla fine della seconda elementare, ma è necessario saper riconoscere alcuni indicatori precoci e anticipatori già a partire dai 3 – 5 anni del bambino, per avviare un intervento efficace e mirato sulle caratteristiche individuali. Vediamoli insieme.

Difficoltà comunicative linguistiche

Nell’età pre-scolastica, i primi sintomi della dislessia (e in generale, dei DSA) riguardano soprattutto la sfera del linguaggio e del suo sviluppo, dal momento che il processo di lettura e scrittura subentra più tardi. In particolare, un possibile fattore di rischio si può individuare già nel fatto che le prime parole vengano prodotte oltre i 18 mesi di vita e, di conseguenza, le prime frasi strutturate – composte, quindi, da più elementi – addirittura oltre i 30 mesi. Dai tre anni in su, invece, il linguaggio del bambino risulta poco comprensibile, composto da frasi molto brevi e con un vocabolario molto ridotto, a causa dell’incapacità a memorizzare le parole.

Difficoltà motorio-prassiche

Un altro segnale cui prestare attenzione è la scarsa capacità nel disegno e nello svolgere alcuni compiti quotidiani che richiedono specifiche abilità motorie, come allacciarsi le scarpe, ritagliare o costruire. Inoltre, è importante valutare la coordinazione: un bambino a rischio DSA può apparire più goffo e impacciato nei movimenti quando gioca (ad esempio, ha difficoltà a prendere una palla al volo). 

Difficoltà uditive e visuo-spaziali

Un altro aspetto importante da tenere sotto controllo è proprio la capacità di riconoscere e distinguere i suoni: un bambino con dislessia ha difficoltà nell’individuare i suoni che compongono una parola, tendendo a confonderli, e nel ripetere e individuare i toni, le sillabe e le parole simili. Per questa ragione, gli riesce difficile riconoscere e/o imparare rime o termini con assonanza o consonanza e mantenere il ritmo. Fatica, inoltre, a seguire più indicazioni d’insieme a ha una scarsa capacità di organizzazione in giochi di manipolazione e labirinti.

Dislessia: sintomi in età scolastica

bambino che ha difficoltà a leggere

LeManna/istock.com

Nel momento in cui il bambino comincia a frequentare la scuola dell’obbligo, i segnali possono farsi più evidenti, perché si deve misurare con con la lettura, la scrittura e il calcolo. Vediamo quali sono i sintomi di un bambino con dislessia in età superiore ai 5 anni, comuni anche a chi soffre di altri DSA.

Lentezza nella lettura

La difficoltà nella lettura è senz’altro il primo e più evidente sintomo: il bambino è estremamente lento nella decifrazione delle singole lettere e può saltare delle righe, scambiare le vocali o le consonanti tra loro e omettere delle lettere. È incerto anche nell’uso e nella divisione delle sillabe e non ha molto controllo sul significato delle parole. La lettura ad alta voce è lenta, priva di espressività, poco fluente e piuttosto stentata. Di solito, è indicativo il fatto che la sua capacità di lettura sia molto inferiore alla sua vivacità intellettiva e, di solito, gli riesce difficile esprimere a parole ciò che pensa.

Difficoltà nella scrittura

Come abbiamo già ricordato, quasi sempre la dislessia compare associata agli altri disturbi e, perciò, non solo la lettura, ma anche la qualità della scrittura ne risente. Molto spesso, il bambino tende a scrivere con molta fatica e impiega tutte le sue energie a copiare dalla lavagna: ad esempio, scambia le vocali e le consonanti, spesso quelle visivamente o fonologicamente simili (d-p o p-q, m/n; v/f; b/d, a/e). Il suo rendimento scolastico nelle prove scritte è piuttosto basso, anche se ha dimostrato di avere un’intelligenza pronta e vivace.

Problemi nell’uso dei numeri

Insieme alla difficoltà con la lettura e la scrittura, possono comparire problemi anche  nella capacità di calcolo e nell’uso dei numeri. In particolare, nel conteggio da 0 a 20, nel passaggio dalla pronuncia alla scrittura di questi numeri e nel calcolo a mente entro il 10. Andando avanti, il bambino fatica a imparare a memoria le tabelline e altre informazioni sequenziali come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno, ecc.

bambino che impara a scrivere i numeri

istock.com

Altri fattori di rischio

Purtroppo, la dislessia e i  disturbi DSA possono ripercuotersi anche su altri aspetti, che vanno al di là della capacità di lettura, scrittura o calcolo. Infatti, il bambino con DSA può, ad esempio, confondere i rapporti spaziali e temporali (destra/sinistra; ieri/domani; mesi e giorni), avere poco senso dell’orientamento, una difficoltosa gestione del tempo riguardo a pianificazione e organizzazione e, in alcuni casi, può anche riscontrare problemi con alcune abilità motorie. Infine, alcuni indicatori potrebbero essere la scarsa autostima, unita a una notevole difficoltà nel rapportarsi con compagni e insegnanti.

Diagnosi della dislessia: come avviene

Se il bambino presenta alcuni di questi indicatori, si consiglia di procedere con un’indagine più approfondita, che può portare a una vera e propria valutazione diagnostica. Anche se non è possibile fare una diagnosi certa prima degli otto anni, si possono attivare percorsi di screening, con cui s’intende l’identificazione precoce, e un successivo potenziamento mirato per cercare di prevenire il disturbo. Se le difficoltà permangono, dopo il secondo anno di scuola primaria si può procedere con test specifici per diagnosticare la dislessia: in questo caso, bisogna sempre rivolgersi al Servizio Tutela della Salute Mentale e Riabilitazione in Età Evolutiva, o all’Unità operativa di Neuropsichiatria Infantile della propria Azienda Sanitaria Locale di riferimento, o a specialisti privati. I test sono sempre effettuati da una équipe multidisciplinare, composta da Neuropsichiatria Infantile, Psicologo e Logopedista.

Quali strategie usare per affrontare la dislessia?

donna che aiuta una bambina a fare i compiti

damircudic/istock.com

Non essendo una patologia, di conseguenza non esiste una cura in senso stretto. Tuttavia, ci sono delle strategie e degli strumenti utili per supportare il bambino dislessico e aiutarlo nell’apprendimento. È importante tenere a mente che l’obiettivo non è quello di portare i suoi parametri di lettura ai livelli di un normo-lettore, perché il suo cervello funziona in maniera diversa: grazie a un piano didattico personalizzato e a strategie adeguate, bisogna restituirgli la motivazione perduta e farlo apprendere evitando un confronto con gli altri compagni della stessa età.

È perciò fondamentale individuare il prima possibile questo disturbo, per compensare la difficoltà del bambino e valorizzare le sue abilità e il suo potenziale, avviandolo così a un percorso di autonomia nello studio prima dell’età adulta. In questo la tecnologia ci viene in aiuto: molti degli strumenti compensativi sono fruibili grazie al pc, come l’uso di software specifici o libri digitali parlanti, e perfino app e videogiochi, ottimi strumenti per la riabilitazione, come Tachidino, l’amico dinosauro che aiuta a vincere la dislessia.

Cosa fare in famiglia: rispetto, dialogo e supporto

I bambini che presentano uno o più disturbi DSA possono incorrere in problematiche come ansia, scarsa motivazione, bassa autostima, e soffrire di mal di testa a causa delle difficoltà che incontrano nello studio. Oltre all’impegno della scuola e degli insegnanti per scrivere un Piano Didattico Personalizzato (PDP) per il sostegno all’apprendimento grazie alle strategie e agli strumenti compensativi, è fondamentale creare anche a casa un ambiente supportivo, dove il bambino dislessico si senta accettato e aiutato nell’intraprendere questo percorso. Un clima sereno, insieme a un dialogo con il professionista di riferimento, aiuterà senz’altro a fargli prendere coscienza del disturbo e a costruire un’immagine positiva di sé, riducendo così l’ansia da prestazione e aumentando l’autostima.

 

Cosa possono fare i genitori? Sicuramente, riconoscere l’importanza di strumenti alternativi alla lettura e rispettare i tempi di apprendimento del bambino, senza forzarlo o correggendolo, ma al contrario sostenendolo e incoraggiandolo. Inoltre, per loro può essere utile poter contare su un professionista di fiducia in ogni momento di necessità, come un pediatra, per rivolgergli qualunque domanda o per una visita approfondita. Allora perché non pensare a una polizza assicurativa come Protezione Famiglia Ragazzi di UniSalute, che offre un servizio come “Il pediatra risponde”, pensato proprio per venire incontro alle esigenze dei genitori? E diteci, eravate a conoscenza della dislessia e dei suoi sintomi?

 

Fonti:

aiditalia.org
anastasis.it
fondazioneveronesi.it

Alessia Rossi
Emiliana Doc, si occupa di scrittura in ambito comunicativo ed editoriale. Per il blog InSalute scrive articoli sul tema della prevenzione e il controllo della salute.

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