Il carcinoma tiroideo è un tumore della tiroide, che colpisce in prevalenza le donne, specie nella fascia tra i 40 e i 60 anni. Può comparire in diverse forme: papillare (la più diffusa), follicolare, midollare e anaplastica. Poiché spesso non presenta sintomi iniziali, viene rilevato perlopiù durante controlli di routine. La diagnosi si basa su ecografia, esami del sangue e agoaspirato, mentre la cura prevede la rimozione totale o parziale della tiroide, seguita da terapia con iodio radioattivo e terapia ormonale sostitutiva, o terapie a bersaglio molecolare in presenza di tumori più resistenti. Nei tumori più piccoli e a basso rischio può essere indicata la sorveglianza attiva. Nella grande maggioranza dei casi, la prognosi è favorevole.
Con una percentuale del 3-4% sul totale dei casi di tumore, il carcinoma tiroideo è la seconda neoplasia più diffusa nelle donne tra i 40 e i 60 anni. Colpisce il sesso femminile con una frequenza quattro volte superiore rispetto a quello maschile. La stima è di 15-18 casi ogni 100.000 abitanti tra le donne, contro circa 5 casi ogni 100.000 abitanti tra gli uomini.
Negli ultimi decenni le diagnosi sono aumentate, anche grazie alla diffusione delle indagini ecografiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di forme a lenta crescita e con prognosi favorevole, soprattutto se il tumore viene scoperto in stadi precoci e trattato con approcci terapeutici mirati.
Ma quali sono le cause che possono favorire l’insorgenza di questa neoplasia, in che modo si manifesta e quali trattamenti sono indicati?
Che cos’è il carcinoma tiroideo?
Il carcinoma tiroideo è una neoplasia che origina dalle cellule della tiroide, la ghiandola situata alla base del collo responsabile della produzione degli ormoni che regolano metabolismo, temperatura corporea e funzioni vitali dell’organismo.
Tipologie di tumore alla tiroide
Il carcinoma tiroideo può comparire in diverse varianti:
- Carcinoma papillare: è la forma più comune di tumore tiroideo (circa l’80% dei casi) che origina dalle cellule follicolari. Può presentarsi in forma singola o multifocale, ha una crescita lenta ed è prevalentemente circoscritto alla tiroide; a volte, tuttavia, può dare metastasi nei linfonodi nel collo.
- Carcinoma follicolare: rappresenta circa il 15% dei casi. Anch’esso deriva dalle cellule follicolari, ma può diffondersi e formare metastasi a distanza.
- Carcinoma midollare: più raro (3-5%), nasce dalle cellule parafollicolari o cellule C, produttrici di calcitonina. Può avere origine genetica.
- Carcinoma anaplastico: è la forma meno frequente (meno dell’1%), ma anche la più aggressiva, caratterizzata da una crescita rapida e prognosi più sfavorevole.
Carcinoma tiroideo: fattori di rischio
Sono diversi i fattori che possono contribuire allo sviluppo della malattia. Tra i più riconosciuti ci sono:
- esposizione a radiazioni ionizzanti causata, per esempio, da cicli di radioterapia o ricaduta di materiale radioattivo (come dopo l’esplosione della centrale di Chernobyl)
- storia familiare: precedenti casi di cancro tiroideo in parenti stretti
- fattori genetici: alcune mutazioni, come quelle del gene RET, sono talvolta riscontrate in pazienti con carcinoma midollare. Questa forma può comparire in concomitanza con altre neoplasie endocrine: si parla di sindrome delle neoplasie endocrine multiple (MEN)
- carenza di iodio nell’alimentazione che provoca il gozzo, con la formazione di noduli che possono evolvere in formazioni maligne.

Quando il carcinoma tiroideo cresce, possono insorgere sintomi quali sensazione di nodulo alla gola, raucedine, disfagia o ingrossamento di linfonodi.
Quali sono i sintomi del carcinoma tiroideo?
Il carcinoma tiroideo è spesso asintomatico: nella maggior parte dei casi viene scoperto in modo casuale attraverso la rilevazione di un nodulo durante un’ecografia del collo o altri esami eseguiti per altre ragioni. Bisogna specificare però che solo una percentuale molto bassa (5-10%) dei noduli si rivela essere maligna.
Solo quando il tumore cresce possono insorgere:
- nodulo alla base del collo, in genere non doloroso al tatto
- difficoltà a deglutire (disfagia) o sensazione di corpo estraneo in gola
- alterazioni della voce o raucedine, dovute al coinvolgimento dei nervi laringei
- ingrossamento dei linfonodi del collo.
Nel caso in cui venga individuato un nodulo sospetto, l’iter diagnostico può prevedere i seguenti accertamenti:
- esami del sangue per monitorare gli indici di funzionalità tiroidea (TSH e ormoni tiroidei FT3 e FT4) e il dosaggio della calcitonina (il cui aumento è legato alla forma midollare)
- agoaspirato: una procedura con cui, tramite un sottile ago, si preleva un campione di cellule da analizzare al microscopio per appurare la natura benigna o maligna della lesione
- scintigrafia tiroidea per approfondire il quadro clinico nel caso in cui l’esame citologico sia dubbio.
Qualora la diagnosi sia positiva, si possono condurre test genetici per indagare eventuali forme midollari, ed esami come TC, risonanza magnetica o PET per valutare l’estensione della malattia e pianificare il trattamento più appropriato.
Come si cura il carcinoma tiroideo?
Nella maggior parte dei casi, la chirurgia rappresenta in genere il trattamento di elezione. L’intervento può consistere in due varianti:
- tiroidectomia, ovvero la rimozione totale della tiroide
- emitiroidectomia, che prevede l’asportazione di un solo lobo. È indicata nei casi di tumori di piccole dimensioni e ben localizzati.
Quando il tumore ha interessato anche i linfonodi del collo, si procede alla dissezione linfonodale per rimuovere le aree coinvolte.
Dopo l’asportazione della ghiandola, sarà necessaria una terapia ormonale sostitutiva, a base di levotiroxina, per compensare la mancanza della tiroide e, al tempo stesso, per ridurre la stimolazione del TSH.
Nel caso di tumori a medio o alto rischio di recidive o metastasi, alla chirurgia segue una terapia radiometabolica con iodio radioattivo, indicata per eliminare eventuali residui di tessuto tiroideo e cellule tumorali rimaste dopo l’intervento. Qualora il trattamento radiometabolico non risulti efficace, la scelta ricade principalmente su terapie a bersaglio molecolare. Nel caso di carcinomi anaplastici e midollari o metastasi ossee talvolta può essere impiegata la radioterapia.
In presenza di tumori di dimensioni molto ridotte e privi di segni di diffusione ai linfonodi o di altri fattori di rischio, è possibile optare invece per una strategia di sorveglianza attiva con controlli clinici ed ecografici, rinviando l’intervento chirurgico solo in caso di evoluzione della malattia.
Nel follow-up sono previsti controlli periodici (esami del sangue, ecografie e, se necessario, indagini di medicina nucleare) per monitorare nel tempo l’efficacia del trattamento.
Nel complesso la maggior parte dei carcinomi tiroidei ha ottime possibilità di guarigione, anche nelle forme più avanzate o aggressive.
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Dopo la rimozione della tiroide è necessario iniziare una terapia ormonale sostitutiva a base di levotiroxina.
Le domande più frequenti dei pazienti
Chi è più a rischio di sviluppare un carcinoma tiroideo?
Il rischio è maggiore nelle donne, nelle persone esposte a radiazioni ionizzanti o in presenza di familiarità per tumori tiroidei. Alcune mutazioni genetiche possono inoltre aumentare la probabilità di sviluppare la malattia.
Come si diagnostica un tumore alla tiroide?
La diagnosi si basa su un’ecografia del collo, esami del sangue, agoaspirato del nodulo sospetto ed esame citologico. La scintigrafia può essere impiegata in caso di diagnosi dubbia. Esami di imaging (TC, RM e PET) possono servire invece per valutare l’estensione della malattia e pianificare il trattamento.
Il carcinoma tiroideo è curabile?
Sì, nella grande maggioranza dei casi la prognosi è favorevole, con una percentuale superiore al 90%.
Quali controlli sono necessari dopo l’intervento?
Dopo la tiroidectomia è necessario seguire un programma di follow-up che include controlli clinici, dosaggio degli indici di funzionalità tiroidea ed ecografie periodiche del collo, al fine di monitorare la risposta al trattamento e prevenire eventuali recidive.


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