Il gender gap nella ricerca medica, ovvero la disparità nella rappresentazione di uomini e donne all’interno degli studi scientifici, ha portato per lungo tempo a trattamenti basati sul modello maschile, potenzialmente meno efficaci o che abbiano maggiori effetti avversi per le donne. Negli ultimi decenni, grazie a una maggiore consapevolezza e alla diffusione della medicina di genere, la ricerca è diventata più inclusiva: un passo decisivo per ottenere dati più precisi e terapie personalizzate e sicure.
Di gender gap si parla spesso, ma raramente lo si associa alla ricerca medica. Eppure, anche in questo ambito la disparità tra uomini e donne è un dato ancora presente, nonostante i progressi registrati negli ultimi decenni. Il corpo maschile continua a essere considerato in molti casi il modello di riferimento, e le peculiarità legate al sesso e al genere vengono trascurate. Il risultato è una medicina basata su dati incompleti che rischiano di tradursi in terapie meno efficaci o peggio tollerate nelle donne.
Oggi, la crescente consapevolezza sul tema ha portato a un cambio di prospettiva. La partecipazione equilibrata di entrambi i sessi agli studi clinici è considerata essenziale per garantire risultati attendibili e terapie sicure. È però un obiettivo ancora da raggiungere. Scopriamone di più.
Che cos’è il gender gap nella ricerca medica?
Con gender gap nella ricerca medica si intende la disuguaglianza nella rappresentazione di uomini e donne all’interno degli studi scientifici, sia nelle fasi precliniche – condotte su cellule, tessuti e animali – sia nei trial clinici sull’essere umano.
A lungo la ricerca ha considerato il corpo maschile come modello “neutro”, estendendo i risultati ottenuti sugli uomini alle donne, senza verificare le differenze di sesso e genere. Due elementi, questi ultimi, che, a ben vedere, incidono in modo decisivo sulla salute:
- il sesso determina differenze biologiche, genetiche e ormonali che possono determinare il modo in cui l’organismo sviluppa una certa patologia o risponde ai farmaci: basti pensare alla diversa incidenza di alcune malattie cardiovascolari, autoimmuni o tumorali tra uomini e donne
- il genere comprende i fattori sociali, culturali e comportamentali che influenzano lo stile di vita, l’esposizione a fattori di rischio e l’accesso alle cure.
Ignorare queste differenze ha significato costruire una conoscenza scientifica parziale, non realmente rappresentativa della popolazione. Ma perché le donne sono state così a lungo escluse o considerate solo in parte negli studi clinici?

Il sesso determina differenze biologiche, genetiche e ormonali che possono influire sulla risposta ai farmaci.
Perché le donne sono sottorappresentate negli studi clinici?
La scarsa integrazione delle donne nelle sperimentazioni scientifiche ha origini molto lontane e deriva da una combinazione di cause scientifiche, culturali e sociali.
- Timori legati a ripercussioni sulla fertilità e sulla gravidanza: si tratta della motivazione principale dell’esclusione femminile dagli studi clinici. Negli anni Cinquanta e Sessanta il caso del talidomide – un farmaco prescritto per alleviare la nausea in gravidanza, che si rivelò responsabile di gravi malformazioni nei neonati – mise in allarme la comunità scientifica. Per evitare rischi simili, nel 1977 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense raccomandò di non includere le donne in età fertile nelle fasi iniziali delle sperimentazioni cliniche, con l’intento di tutelare la salute del feto.
- Fluttuazioni ormonali: i cambiamenti ormonali legati al ciclo mestruale possono influenzare l’esito di alcune terapie e rendere più difficile la valutazione della loro efficacia.
- Minore disponibilità a partecipare: in molti casi, le donne stesse si sono mostrate meno propense a entrare nei trial, per mancanza di tempo, per motivi familiari o per paura di effetti collaterali.
Gender gap negli studi scientifici: conseguenze sulla salute
Gli effetti di questa disparità si riflettono direttamente sulla pratica clinica. Tra le principali ricadute vi sono:
- diagnosi meno accurate, un caso esemplare è quello delle malattie cardiovascolari, in cui i sintomi femminili (affaticamento, nausea, dolore diffuso) sono spesso sottovalutati rispetto a quelli “tipici” maschili
- risposta diversa ai farmaci: l’assorbimento e l’effetto dei principi attivi è influenzato da fattori biologici come massa corporea, metabolismo e profilo ormonale
- maggior rischio di effetti avversi: poiché molti medicinali vengono testati su campioni quasi esclusivamente maschili, la possibilità di reazioni indesiderate nelle donne è maggiore.
Come superare il gender gap nella ricerca medica?
Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha compiuto passi importanti per colmare il divario di genere nella ricerca medica. A partire dagli anni Novanta, in particolare, le principali istituzioni internazionali hanno più volte manifestato la volontà di sanare questo scenario.
Un primo cambiamento concreto si è registrato nel 1994, con la pubblicazione delle Linee guida sull’inclusione delle donne e delle minoranze nella ricerca clinica da parte del National Institutes of Health (NIH), con cui è stato sancito l’obbligo di includere entrambi i sessi negli studi finanziati con fondi pubblici. Sulla stessa linea, nel 2020, la Commissione Europea ha previsto all’interno del suo principale programma per il finanziamento della ricerca scientifica, Horizon Europe, che ogni progetto di ricerca includa un’analisi per sesso e genere.
Un contributo è arrivato dalle riviste scientifiche internazionali, che hanno adottato politiche per promuovere maggiore trasparenza e inclusività nella pubblicazione dei risultati, per esempio introducendo l’analisi dei dati correlati a sesso e genere come requisito per la pubblicazione.
Gender gap nella ricerca medica: le iniziative in Italia
Anche l’Italia si è mossa nella stessa direzione. La promozione della medicina di genere – lo studio delle differenze biologiche e socioculturali legate a sesso e genere, volto a migliorare prevenzione, diagnosi e trattamenti – rappresenta oggi uno degli obiettivi centrali delle politiche sanitarie. In questo quadro, nel 2023 l’Istituto Superiore di Sanità ha definito le Linee di indirizzo per l’applicazione della Medicina di Genere nella ricerca e negli studi preclinici e clinici, un documento che fornisce indicazioni per strutturare studi più rappresentativi. Tra queste:
- formulare ipotesi che considerino sesso e genere come variabili biologiche e sociali
- raccogliere e analizzare dati disaggregati per sesso
- garantire campioni bilanciati e validazioni su coorti indipendenti
- riportare in modo chiaro le differenze osservate nei risultati e nelle conclusioni.
Applicare questi criteri non significa soltanto inserire le donne alla ricerca, ma ripensare la medicina tenendo conto di tutte quelle caratteristiche della persona che influenzano l’insorgenza e l’evoluzione delle patologie e la risposta ai trattamenti. In questa direzione, la medicina di genere rappresenta oggi la via per garantire pari opportunità di cura a uomini e donne.
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La medicina di genere rappresenta la strada maestra per colmare il gender gap nella ricerca medica.
Le domande più frequenti dei pazienti
Che cosa si intende per gender gap nella ricerca medica?
Il gender gap nella ricerca medica indica il divario nella rappresentazione di uomini e donne negli studi scientifici, che vede i primi molto più inclusi rispetto alle seconde.
Perché le donne sono state a lungo escluse dagli studi clinici?
Le donne sono state a lungo escluse dagli studi clinici per timori legati alla fertilità e gravidanza. Hanno influito anche fattori come la variabilità ormonale e una minore propensione femminile a partecipare ai trial per ragioni pratiche o culturali.
Quali conseguenze ha il gender gap sulla salute delle donne?
La scarsa rappresentanza femminile negli studi clinici può portare a diagnosi meno accurate, trattamenti meno efficaci e a un più alto rischio di effetti collaterali per le donne.
Che cosa si sta facendo per superare il gender gap nella ricerca?
Negli ultimi decenni sono stati fatti interventi concreti, come misure per rendere obbligatoria di differenziare i dati dei progetti di ricerca in relazione a sesso e genere e politiche a favore di trasparenza e inclusività nelle pubblicazioni scientifiche.


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