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Persone anaffettive: come riconoscerle, quali sono le cause del disturbo e come comportarsi

Qualunque tipo di relazione, d’amore o di amicizia, presuppone e implica il contatto con un altro individuo. Non tutti, però, riescono a lasciarsi andare e ad aprirsi agli altri e, quindi, nemmeno a stringere legami: e il caso delle persone anaffettive, che sembrano non mostrare i loro sentimenti e non lasciarsi coinvolgere da quelli altrui. Ma perché accade tutto ciò? E come ci si relaziona a loro? Per rispondere a queste e ad altre domande abbiamo intervistato la dottoressa Chiara Bastelli, psicologa e psicoterapeuta.

Persone anaffettive: come nasce e come si manifesta l’anaffettività

Evitare le emozioni per non lasciarsi ferire: questa può essere, in estrema sintesi, la strategia che inconsapevolmente mette in atto una persona anaffettiva – afferma la dottoressa – Chi ha questo disturbo non prova né esprime i propri sentimenti, per cui risulta fredda, distaccata e distante. Nei casi più complessi, la persona evita il contatto fisico, anche al punto da accusare evidente disagio e imbarazzo quando viene toccata o abbracciata. Ben diverso è invece il problema di chi, pur provando emozioni e sentimenti, non riesce a esprimere le emozioni: in quest’ultimo caso, infatti, si parla di alessitimia, un deficit della consapevolezza emotiva che comporta l’incapacità di riconoscere ed esprimere verbalmente gli stati emotivi propri e altrui”.

Individuare l’anaffettività, però, non è sempre facile, tuttavia è possibile riscontrare caratteristiche piuttosto ricorrenti, come:

  • un’esagerata attenzione verso se stessi
  • incapacità di accettare critiche e di essere autoironici
  • incapacità di scherzare.

Solo il lavoro, ciò che più è distante dalle emozioni e dall’intimità, sembra appassionare una persona anaffettiva – continua la dottoressa – ma è così perché non rappresenta un pericolo”. L’intervistata sottolinea, inoltre, quanto sia complesso “distinguere un comportamento da un tratto patologico e molte volte la questione viene liquidata con un semplice ‘È fatto così’: ci vuole una frequentazione lunga a volte anni per capire la natura di una persona”.

anaffettività

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Le probabili cause dell’anaffettività

“La psicologia non riconosce l’anaffettività come una patologia, ma come un sintomo. Spesso, infatti, è la conseguenza di un trauma, o di un vissuto anche antico. Marco Bellocchio lo ha mostrato bene al cinema con il suo film Fai bei sogni, tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini. Il protagonista, interpretato da Valerio Mastandrea, è rimasto orfano della madre quando era un bambino e, crescendo, si dimostra incapace di amare una donna”, sottolinea l’intervistata.

Questa particolare natura psichica ha dei tratti in comune con altri disturbi: “alcune modalità relazionali dei narcisisti – spiega la psicologa – sono simili a quelle degli anaffettivi ma, mentre il narcisismo provoca una chiusura e determina una mancanza di empatia che impedisce qualsiasi manifestazione affettiva alla pari, con un’oscillazione fra iper-valutazione di sé, e sensazioni di inadeguatezza, rabbia e aggressività, si potrebbe affermare che gli anaffettivi sono ‘avari’ di attenzioni verso l’altro in quanto si proteggono dal vivere le emozioni profonde per il timore di provare dispiacere”. In questo, inoltre, il modo di vivere della società attuale non aiuta, anzi, può avere esattamente l’effetto contrario: “la crescente incapacità di governare il mondo emotivo, la sempre minore consapevolezza delle emozioni e del loro ruolo, rendono più difficile stringere relazioni profonde e portano sempre più spesso ad abbandonarsi a comunicazioni superficiali e inconsistenti, prive di introspezione e di autenticità”. Anche in questo disturbo, quindi, emerge l’importanza della sfera emotiva per la nostra salute, rilevante sotto molteplici aspetti, come abbiamo visto ad esempio nell’intervista al Prof. Franzoni sui disturbi del comportamento alimentare.

Uomini e donne anaffettivi

uomini e donne anaffettivi

wavebreakmedia/shutterstock.com

Come spiega la dottoressa Bastelli, “l’anaffettività interessa più comunemente gli uomini che, fin dai tempi antichi, sono chiamati a dimostrare di essere forti e indipendenti per motivi sociali e culturali. Al contrario, l’innato istinto femminile di accudire il proprio figlio, non solo rende le donne più abituate a riconoscere e trattare i sentimenti e le emozioni, ma anche a riversare, inconsapevolmente, questa predisposizione nella relazione di coppia, e a prendersi cura del partner come se fosse il proprio figlio”. Anche le donne, tuttavia, possono manifestare anaffettività: “forse – continua l’intervistata – potremmo supporre di vedere, nella solitaria Diana cacciatrice e nel bellissimo Narciso, capace di amare solo se stesso, la rappresentazione mitologica dell’anaffettività declinata al femminile e al maschile”.

Cosa fare se si ha una relazione con una persona anaffettiva?

Probabilmente in tanti nella vita, almeno qualche volta, hanno avuto a che fare con una persona anaffettiva. Come abbiamo già ricordato, però, non è facile accorgersene, a meno che non ci sia una lunga frequentazione, in seguito alla quale non si instaurano alcuni meccanismi tipici delle relazioni e il partner resta freddo, distaccato, e non mostra alcun segno di apertura. “Dal romanzo Bel Ami di Guy de Maupassant, alla più recente serie televisiva The Big Bang Theory, – afferma la psicologa – da sempre l’arte prova a raccontare questo fenomeno, secondo forme e letture diverse. La serie citata, ad esempio, esplora in chiave ironica la quotidianità di una persona anaffettiva e le sue difficoltà a entrare in relazione con gli altri. Lontano dalla finzione, però, interagire con una persona anaffettiva non è semplice: difendendosi dal provare emozioni, l’anaffettivo non riesce a mettersi in contatto con gli altri e preferisce trincerarsi dietro un muro di razionalità, silenzio e ragionamenti logici. Chi prova a stare al fianco di una persona anaffettiva finirà per sentirsi spesso disorientato, perso nella solitudine nonostante la vicinanza fisica”.

Questi limiti appaiono ancora più evidenti quando la relazione si sposta dal piano dell’amicizia a quello dell’amore: “il comportamento di aperto disinteresse del partner anaffettivo porta l’altra persona ad avere dei dubbi sui sentimenti che sono investiti nella relazione dalle due parti. Lo scarso coinvolgimento emotivo dell’anaffettivo, abile nel far passare come atteggiamenti perfettamente normali le sue chiusure emotive e la distanza relazionale, spinge il partner a mettersi in discussione e a cercare di ridefinire costantemente il rapporto”.

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Esiste una terapia per le persone anaffettive?

Come si fa, allora, a relazionarsi con qualcuno che in apparenza non è interessato a ciò che un rapporto può dare, allo scambio e alla reciprocità dei sentimenti e delle attenzioni? La questione è delicata: secondo il parere di alcuni psichiatri, il comportamento delle persone anaffettive tende a restare identico; tuttavia, esistono dei percorsi terapeutici. “Solo un lavoro paziente su se stessi, sul proprio passato, sul vissuto emotivo e sentimentale – afferma l’intervistata – può portare l’anaffettivo a una maggiore consapevolezza. La psicoterapia può essere finalizzata, appunto, a un approfondimento della storia affettiva della persona, presente e passata, sottolineando che, per quanto riguarda le coppie, sarebbe utile a entrambi i partner effettuare un percorso psicoterapico, in quanto la consapevolezza di quello che siamo, delle nostre ferite interiori è il primo passo verso la loro elaborazione. Capire che la modalità di esprimere i propri sentimenti, di riconoscere le emozioni proprie e altrui ha origini molto lontane, spesso risalenti ai modi con cui le persone sono state amate, o non amate, durante la loro infanzia, permette di recuperare la proprie esperienze amorose non felici e trasformare l’energia vitale congelata negli atteggiamenti difensivi”. Questi comportamenti, infatti, spiega la dottoressa, non sono presenti solo nella persona anaffettiva, ma anche in colui che ‘sceglie’ di vivere una relazione di coppia con un partner anaffettivo.

“Per le neuroscienze il cervello è ‘un organo sociale’: l’uomo è predisposto a vivere in relazione, dopo una conversazione siamo più o meno tristi o allegri, sorridenti o taciturni anche in relazione alle emozioni che abbiamo introiettato. La ricerca ci dice che gli stili di attaccamento nel corso della vita possono cambiare, e che è possibile riparare le ferite anche attraverso la relazione terapeutica stessa, se essa favorisce il senso di fiducia, comprensione, sicurezza e affidabilità. Questo discorso – conclude la psicologa – spalanca le porte ad un altro ragionamento, non meno importante, relativo alla prevenzione: essere consapevoli delle proprie ferite emotive permette, se si vuole avere dei figli, di capire quanto sia fondamentale un determinato stile educativo. Riconoscere e nominare le proprie emozioni e i propri sentimenti, infatti, permette di cogliere e rispettare le emozioni e i sentimenti nelle altre persone, punto di partenza imprescindibile per costruire relazioni affettive soddisfacenti”.

 

Conoscevate questo disturbo?

Erica Di Cillo
Erica Di Cillo vive e lavora a Bologna e da alcuni anni collabora con diverse testate online. Per il blog InSalute scrive articoli finalizzati a divulgare le buone pratiche di prevenzione e controllo della salute.

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