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Agorafobia

Paura degli spazi aperti: da cosa dipende e come superarla

La paura degli spazi aperti condiziona la vita di molte persone, che hanno difficoltà a frequentare anche luoghi molto affollati e che per questo motivo, spesso, evitano alcune situazioni del quotidiano, restando in casa. Questo disturbo d’ansia, però, può essere trattato con l’aiuto di uno specialista. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Chiara Bastelli, psicologa e psicoterapeuta, che in questa intervista spiega quali sono le dinamiche dell’agorafobia e quali i percorsi che aiutano a superarla.

Che cos’è l’agorafobia

Il termine agorafobia indica la paura degli spazi aperti. “La parola deriva dal greco e, letteralmente, significa ‘paura della piazza’, precisa la psicologa. In realtà si tratta di una definizione riduttiva, perché questo disturbo d’ansia comprende una serie più ampia di situazioni. L’agorafobico teme anche gli spazi affollati, per questo rifugge le strade piene di gente, le sale d’attesa stipate di persone, e trova qualche sollievo al pensiero che il posto che dovrà visitare o attraversare sia poco popolato”. La paura, tuttavia, può essere indirizzata anche verso luoghi piccoli e, in teoria, rassicuranti: anziché sentirsi protetta, la persona prova nuovamente quella nota sensazione di disagio.

Agorafobia disturbo

chameleonseye/gettyimages.it

“Il tratto saliente di questa fobia – spiega Bastelli – non è la natura dello spazio fisico con il quale la persona deve confrontarsi, ma la paura che la coglie nel momento in cui abbandona la propria abitazione, intesa come rifugio sicuro. A spaventare è l’impossibilità di fuggire rapidamente verso casa, nell’unico luogo capace di dare un vero senso di protezione. In questo spazio, infatti, la persona ritrova sé stessa e riesce a ricostruire, attraverso un processo continuo, la propria identità”. In una situazione estrema, precisa l’intervistata, se dovessero venire meno alcuni punti di riferimento propri del contesto che l’agorafobico trova rassicurante, potrebbe provare una sensazione spiacevole anche all’interno della propria casa.

Le conseguenze sulla vita quotidiana

“L’agorafobia non è dunque solo la paura di andare incontro a spazi aperti, ma anche la paura di allontanarsi dai luoghi protetti. Chi ne soffre è solitamente spaventato da più di una di queste situazioni; la paura può riguardare l’utilizzo di mezzi di trasporto pubblici come treni, navi o aerei, oppure la prospettiva di trovarsi in fila, di essere in mezzo a una folla”.

Poiché può arrivare a coinvolgere così tanti aspetti del quotidiano, si tratta di una fobia altamente invalidante, perché il paziente ha difficoltà ad affrontare anche i compiti più semplici della vita quotidiana e sociale. “Il timore costante di potersi sentire male e non venire soccorso spinge l’agorafobico a evitare il supermercato, il parrucchiere, o una fila in banca. Pensare di trovarsi esposto a una sola di queste situazioni genera paura, ansia ed evitamento, che per la diagnosi di agorafobia, ovviamente condotta da uno specialista della salute mentale, debbono essere persistenti e durare più di sei mesi”.

Sintomi e diagnosi dell’agorafobia

Attacco di panico agorafobia

AntonioGuillem/gettyimages.it

“L’agorafobia è diagnosticata indipendentemente dalla presenza di disturbo di panico – specifica l’intervistata – anche se il solo pensiero di trovarsi in una delle situazioni descritte può provocare sensazione di soffocamento, sudorazione, vertigini, nausea e tutti i classici sintomi di un attacco di panico”. Come abbiamo già ricordato, per evitare ciò che genera ansia la persona preferisce non uscire di casa, o accetta di farlo solo se accompagnata dalla presenza rassicurante di qualcuno di familiare. “Frequentemente, chi soffre di questo disturbo teme di non essere in grado di uscire da una delle situazioni descritte, oppure di non trovare qualcuno che lo possa aiutare in caso di bisogno. In questo modo, però, si sottrae agli stimoli e il recupero diventa più complesso. Ne consegue che la vita sociale e lavorativa del soggetto con agorafobia risulta gravemente limitata”.

Nelle sue forme più gravi il soggetto con agorafobia, sempre più demoralizzato, può diventare incapace a uscire dalla propria abitazione, arrivando quindi a dipendere totalmente dai propri familiari, che si sostituiscono a lui per tutte le commissioni di cui necessita. “Il DSM5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ndr) riporta che più di un terzo degli individui con agorafobia è costretto a casa e incapace di lavorare. Inoltre, nel Manuale si parla di come l’ereditabilità dell’agorafobia sia alta, e di come fra tutte le fobie, abbia la più forte associazione con il fattore genetico che costituisce la predisposizione a esse”.

Come superare l’agorafobia

Seduta con psicologo

Viktoriia Hnatiuk/gettyimages.it

La dottoressa avverte che è fondamentale intervenire già alle prime avvisaglie. “Un percorso di psicoterapia sarà utile per permettere alla persona di superare questa fobia e a tornare ad affrontare con serenità i compiti quotidiani. Lo specialista della salute mentale che effettua la diagnosi di agorafobia potrà capire se sia necessario il solo trattamento psicoterapico o un trattamento multidisciplinare che preveda, oltre alla psicoterapia, l’utilizzo di una eventuale cura farmacologica prescritta”.

Come per tutti gli altri disturbi, l’intervistata ricorda che l’efficacia della psicoterapia non dipende tanto dal suo indirizzo teorico-pratico, ma soprattutto dalla buona relazione che si instaura tra paziente e terapeuta. “I fattori predittivi di un buon risultato sono pertanto: la collaborazione, l’impegno, il sentirsi accettati, capiti e, ovviamente, la formazione professionale e personale del terapeuta. Fatta questa indispensabile premessa, occorre precisare che, fra i vari modelli, la psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale è attualmente molto studiata e applicata per la cura dell’agorafobia”. Lo psicoterapeuta può insegnare delle strategie affinché la persona impari a gestire le emozioni negative e le paure che la limitano, portandola a cambiare il proprio comportamento. “L’obiettivo è rendere il paziente più resiliente nei confronti del disturbo, permettendogli di diventare meno dipendente dai familiari che lo assistono”.

 

Procedendo in maniera graduale, conclude la dottoressa Bastelli, il paziente riuscirà a controllare sempre meglio l’ansia e si renderà conto che poco alla volta potrà affrontare da solo le situazioni evitate.

Erica Di Cillo
Erica Di Cillo vive e lavora a Bologna e da alcuni anni collabora con diverse testate online. Per il blog InSalute scrive articoli finalizzati a divulgare le buone pratiche di prevenzione e controllo della salute.

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