Gli ultimi dati presentati dall’ISS in occasione della Giornata mondiale della lotta all’AIDS confermano una situazione stabile nelle nuove diagnosi di HIV in Italia, con un’incidenza inferiore alla media dell’Europa occidentale ma ancora caratterizzata da un’elevata quota di diagnosi tardive. Anche l’AIDS continua a risentire del ritardo diagnostico, che incide sull’esordio clinico e sulla mortalità. Sul fronte terapeutico, le terapie antiretrovirali restano il cardine della gestione dell’infezione, mentre farmaci innovativi a lunga durata d’azione aprono prospettive verso trattamenti più flessibili. La prevenzione combina misure consolidate, diagnosi precoce e profilassi farmacologica, incluse le nuove formulazioni iniettabili della PrEP. Le principali sfide riguardano la riduzione delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi, l’ampliamento dei programmi di test e il monitoraggio epidemiologico continuo.
Ogni anno, il primo dicembre, la Giornata mondiale contro l’AIDS rappresenta un appuntamento importante per riflettere sull’evoluzione dell’infezione da HIV e sulle strategie di prevenzione oggi disponibili. Nonostante i notevoli progressi compiuti dalla ricerca, l’attenzione su informazione e diagnosi rimane un elemento decisivo.
L’accesso alle terapie antiretrovirali ha trasformato l’HIV in una condizione cronica gestibile, e strumenti come profilassi post-esposizione e test sempre più semplici da eseguire stanno ampliando le possibilità di prevenzione. Eppure, i dati epidemiologici mostrano come le diagnosi tardive continuino a costituire un nodo critico, con un impatto significativo sia sul percorso di cura sia sulle politiche di sanità pubblica.
La Giornata Mondiale contro l’AIDS offre quindi l’opportunità di aggiornare il quadro attuale: dalla situazione epidemiologica alle strategie più efficaci per ridurre nuove infezioni, fino alle innovazioni che stanno cambiando l’approccio alla prevenzione.

I dati epidemiologici indicano la necessità di lavorare per migliorare le tempistiche delle diagnosi di HIV, spesso tardive.
HIV e AIDS: il quadro epidemiologico aggiornato
Il quadro epidemiologico più recente mostra una situazione in evoluzione, segnata da progressi significativi sul fronte terapeutico ma anche da alcune criticità sul piano della diagnosi. Secondo i dati pubblicati dal Centro Operativo Aids dell’Iss, in Italia il numero di nuove diagnosi di HIV si mantiene stabile: nel 2024 sono state 2.379, contro le 2.507 del 2023. Il nostro paese si colloca inoltre al di sotto della media degli stati dell’Europa occidentale per incidenza di nuove infezioni.
Questa stabilità, tuttavia, non cancella un problema di fondo: la tardività della diagnosi. Nel 2024 il 40,3% delle persone risultate positive all’HIV presentava già un marcato indebolimento del sistema immunitario, indice di un’infezione presente da tempo ma non ancora individuata. La diagnosi tardiva rimane dunque un nodo irrisolto, con ripercussioni sul decorso clinico e sulla possibilità di accedere ai trattamenti.
Un inquadramento precoce, infatti, consentirebbe di iniziare prima le terapie antiretrovirali e di raggiungere più rapidamente la soppressione virale, condizione che permette di vivere in buona salute e di azzerare il rischio di trasmissione tramite rapporti sessuali (un concetto, questo, noto come U=U, “undetectable = untransmittable”).
AIDS: incidenza, diagnosi e andamento clinico
Sul fronte dell’AIDS, i dati mostrano un’evoluzione influenzata soprattutto dal ritardo diagnostico. Dall’inizio dell’epidemia sono state registrate oltre 73.000 diagnosi e più di 48 mila decessi fino al 2022. Le nuove diagnosi restano su livelli contenuti: nel 2023 i casi segnalati sono stati 450, pari a 0,8 per 100.000 residenti.
La maggior parte delle diagnosi attuali riguarda persone che arrivano ai servizi sanitari in fase avanzata: nel 2024, il 79% dei nuovi casi non aveva mai iniziato una terapia antiretrovirale prima dell’esordio dell’AIDS. Tra le condizioni opportunistiche più frequenti persiste la polmonite da Pneumocystis jirovecii, pur in calo significativo nell’ultimo ventennio grazie ai progressi terapeutici.
Anche la scarsa consapevolezza della propria sieropositività incide sul quadro clinico: circa l’84% delle nuove diagnosi di AIDS riguarda persone che hanno scoperto l’infezione da HIV solo nei sei mesi precedenti l’esordio, dato confermato anche nel 2024 (83,6%).
Il numero dei decessi legati all’AIDS ha mostrato variazioni moderate negli ultimi anni, con una riduzione nel 2021 e un successivo aumento nel 2022 (493 decessi). Complessivamente, al 2022 si stimano 24.790 persone viventi con una diagnosi di AIDS.
Come si cura l’HIV?
Le terapie antiretrovirali rappresentano oggi il fulcro della gestione clinica dell’HIV. I regimi combinati ART (antiretroviral therapy) e HAART (highly active antiretroviral therapy) consentono di mantenere il virus sotto controllo, preservare la funzionalità immunitaria e garantire una qualità di vita elevata. L’obiettivo resta raggiungere e mantenere una carica virale non rilevabile, condizione che permette di prevenire l’evoluzione dell’infezione e ridurre drasticamente il rischio di trasmissione.
Accanto ai trattamenti consolidati stanno emergendo nuove soluzioni, pensate per facilitare l’aderenza terapeutica e offrire opzioni efficaci anche nei casi più complessi. Tra le novità più rilevanti degli ultimi mesi figura lenacapavir, un antiretrovirale a lunga durata d’azione a somministrazione semestrale. La sua recente autorizzazione da parte della Food and Drug Administration statunitense apre la strada a modelli terapeutici più flessibili e sostenibili, che potrebbero ridurre la dipendenza dalle terapie quotidiane e ampliare le possibilità di gestione dell’infezione.
PEP e PrEP
Questi sviluppi non riguardano solo la cura. Gli stessi principi attivi utilizzati nei trattamenti possono essere impiegati anche in forma preventiva: è il caso della profilassi pre-esposizione (PrEP), destinata a persone HIV-negative ma esposte a un rischio più elevato di contagio. La PrEP orale è ormai un presidio consolidato, ma la sua efficacia dipende dall’aderenza, che può essere ostacolata da fattori sociali, culturali o economici. Le nuove formulazioni long-acting, anche iniettabili, nascono proprio per colmare questo limite e rendere più semplice e continuativa la protezione farmacologica.
Accanto alla profilassi pre-esposizione, un altro strumento fondamentale è la profilassi post-esposizione (PEP), indicata dopo un evento che potrebbe aver comportato un contatto con il virus. Si tratta di un trattamento antiretrovirale da avviare tempestivamente, preferibilmente entro poche ore. PEP e PrEP rappresentano due modalità complementari di prevenzione basate sugli stessi principi attivi delle terapie, e rispondono all’esigenza di modulare la protezione in base ai diversi livelli di rischio.
Prospettive future e nodi da sciogliere
Ma resta un nodo cruciale: l’accessibilità a queste terapie preventive e terapeutiche. Come evidenziato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, persistono ampie disuguaglianze socioeconomiche e culturali che condizionano l’accesso ai test, ai farmaci e ai programmi di prevenzione, con un impatto diretto sui dati epidemiologici. Per questo le prospettive future puntano sul rafforzamento dei percorsi diagnostici, sulla diffusione delle formulazioni a lunga durata d’azione e su politiche che assicurino equità nell’accesso, soprattutto per i gruppi più vulnerabili.
Accanto alla prevenzione farmacologica, mantengono un ruolo centrale anche le misure comportamentali, che costituiscono la base della prevenzione primaria. L’uso corretto del preservativo e la cautela nelle situazioni che comportano potenziale contatto con sangue rimangono fondamentali per limitare l’esposizione al virus. Inserite in un percorso che comprende diagnosi precoce e profilassi mirata, queste azioni contribuiscono a delineare un modello di prevenzione che integra comportamenti individuali e interventi sanitari.
Il monitoraggio epidemiologico costante e una divulgazione chiara ed esaustiva restano strumenti indispensabili per consolidare i progressi ottenuti e orientare le politiche di sanità pubblica dei prossimi anni.
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La prevenzione dell’HIV passa da norme comportamentali fondamentali come l’uso corretto del preservativo.
Le domande più frequenti dei pazienti
Quali sono le terapie più innovative contro l’HIV?
Oltre ai regimi combinati di trattamento antiretrovirale, si stanno affermando farmaci a lunga durata d’azione, come lenacapavir, somministrabile ogni sei mesi. Queste soluzioni potrebbero facilitare l’aderenza alle terapie.
Che ruolo hanno PEP e PrEP nella prevenzione?
La PEP è una profilassi da avviare subito dopo un possibile contatto con il virus, mentre la PrEP è una prevenzione farmacologica rivolta alle persone più esposte. Le nuove formulazioni iniettabili a lunga durata d’azione potrebbero migliorare l’efficacia riducendo la necessità di assunzioni giornaliere.
Perché le diagnosi tardive rappresentano un problema?
Scoprire l’infezione in fase avanzata aumenta il rischio di sviluppare complicanze e riduce l’efficacia delle terapie. Inoltre, chi non conosce il proprio stato sierologico può trasmettere inconsapevolmente il virus.
Le persone con HIV possono avere una vita normale?
Sì. Con terapie antiretrovirali efficaci e un monitoraggio regolare, le persone con HIV possono condurre una vita lunga e in buona salute, con una qualità di vita paragonabile a quella della popolazione generale.

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